UMANESIMO E RINASCIMENTO
UMANESIMO
E RINASCIMENTO SONO ORMAI CATEGORIE PERMANENTI connotati da CONTINUITÀ
O FRATTURA?
I
concetti e le parole che li denominano:
“Umanesimo” e “Rinascimento”, le cui origini risalgono certamente allo
stesso linguaggio degli umanisti, ebbero consacrazione storiografica intorno
alla metà del XIX secolo, per opera di grandi storici Jules Michelet, Histoire
de la France au sezième siècle. Renaissance, Paris 1857, Georg
Voigt, Die Widerbelebung des
klassischen Altertums, oder der erstejahrhundert des Humanismus, Berlin 1859, e, soprattutto, Jacob Burckhardt, Die Kultur der Renaíssance in Italien, Basel 1860, trad. a c. di E. Garin 1968 REALIZZATA DOPO PIÙ D’UN
SECOLO.
IN
REALTÀ È IL CONCETTO DI CONTINUITÀ
AD IDENTIFICARE LA REALTÀ CULTURALE, FILOSOFICA E POLITICA DEGLI UMANISTI.
E
SI BASA SU ALCUNI PUNTI NODALI:
-
libero
esercizio dell’individuale AUTONOMIA DI GIUDIZIO (= LIBERO ARBITRIO,
vd. i dialoghi De libero arbitrio
di Lorenzo Valla);
-
RIFIUTO
DEI POTERI ASSOLUTI DI CHIESA E STATO
(=impero), di contro, si afferma il concetto di “POLIS”
= LA CITTÀ COSTRUITA,
VOLUTA, PROGRAMMATA SOLO DALL’UOMO = IMMANENZA.
L’uomo, la natura, la politica
vanno considerati ciascuno secondo: “IUXTA SUA PROPRIA PRINCIPIA”, cioè secondo
i caratteri che sono loro propri, senza soggezioni di carattere religioso-metafisico.
L’uomo è “FABER SUAE IPSIUS
FORTUNAE” (= costruttore della propria sorte), è l’artefice del proprio destino,
in quello crede, e la sua buona fortuna ostenta.
Tale “laico” atteggiamento è riscontrabile anche dagli inizi del ’400 alla fine del secolo nell’arte figurativa di tutta Europa, nella pittura irrompono e tengono campo i BORGHESI, e POLITICI: mercanti, principi, financo studiosi, contenti di fissare nelle immagini di pittori di successo il ricordo del proprio benessere, della propria salute, della propria affermazione sociale. È un “well fair status” quello che viene esibito nei dipinti di Jan van Eyck, Giovanni Bellini, Quentin Metsys, Pisanello, Ambrogio Lorenzetti, Piero della Francesca, Dürer (immagini 1 e 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8).
La riscoperta dell’UOMO e
della natura passa attraverso la riscoperta dell’antichità classica = PAGANA.
GLI ANTICHI SONO IL GRANDE
MODELLO CHE GENERA A SUA VOLTA UNA PROPOSTA NUOVA: UNA CLASSICITÀ RIVISITATA
ED ARRICCHITA DEI TEMI, SIMBOLI, ICONE DELLA GRANDE TRADIZIONE CRISTIANA,
MAI RINNEGATA MA COSTRETTA ENTRO UN ALVEO DI RAZIONALE UMANO DOMINIO (vd. C. Vasoli, Umanesimo e Rinascimento, Palumbo, 1976, II ed., pp. 132-138.
RENOVATIO,
ma non in senso medievale di ritorno ai primi tempi della cristianità, ai
tempi di Gioacchino da Fiore delle comunità di stampo neocatecumenale, delle
posizioni eretiche o pseudoeretiche, e di Dante.
RENOVATIO come ritorno ai grandi MODELLI DELLA CLASSICITÀ (immagini 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18).
Il termine Umanesimo viene
dal termine medievale “humanista” che indicava gli studiosi di letteratura
e grammatica sul modello di “giurista”.
Alla fine dell’Ottocento (vd. Konrad Burdach, Reformation, Renaissance, Humanismus, Berlin–Leipzig,
H. Niemayer 1925, trad. it., a c. di D. Cantimori, Firenze, Sansoni 1935,
II ed. ivi, con Prefazione di C. Vasoli; id., Deutsche Renaissance, Berlin 1916) si
afferma una nuova corrente critica che vede nel medioevo non più l’epoca barbarica
dei secc. bui ma un’epoca variamente connotata in cui non si interruppe mai
la continuità con gli antichi, infatti in Francia già nel sec. XII con
Maria di Francia si parla di Renaissance
(l’opera ora è consultabile
in edizione recente: K. Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo:
due dissertazioni sui fondamenti della cultura e dell’arte della parola moderne;
traduzione di Delio Cantimori;
prefazione di Cesare Vasoli,
Firenze, G. C. Sansoni 1986).
Dunque l’Umanesimo non è
più inteso come lo splendido fiore spuntato improvvisamente nel deserto del
Medioevo, ma vive del concetto di CONTINUITÀ CON L’ANTICO, che fruttò nell’Umanesimo-Rinascimento
il ritorno (tra Quattro e Cinquecento) di correnti fortemente misticheggianti
improntate ad intensa spiritualità.
Sicché la Rinascita umanistica
viene a coincidere con l’autunno del Medioevo, secondo la fortunatissima formula
di J. Huizinga (J.
Huizinga, Herbst des Mittelalters, Haarlem 1919, che in Italia venne tradotto
solo nel 1942, e solamente dopo 25 anni ebbe una nuova ediz. a c. di E. Garin,
nel 1967).
In
Europa già alla metà del Trecento si era cominciata a dissolvere la forte
impronta unitaria della cultura medievale basata su istituzioni fortemente
clericalizzate che garantivano una sostanziale uniformità di metodi, di auctoritates,
di canoni di lettura e di scrittura.
In
Italia la variegata realtà dei Comuni dava origine ad un patriziato mercantile,
fatto di banchieri, imprenditori, commercianti, armatori, naviganti, artigiani
in grande stile.
CAMBIA LA FIGURA DEL LETTERATO NON PIÙ
CLERICO MA PROFESSIONISTA DELLA CULTURA, “OPINION MAKER” E “LEADER” SOCIALE
E POLITICO, figura essenziale per ottenere il consenso del popolo. È ricercato
dai Comuni e dalle Signorie, la sua parola è quella che annoda i fili della
storia e della tradizione culturale italiana e costituisce un ponte tra età
classica, tardo Medioevo e Rinascimento.
Alle
cancellerie della Curia si sostituiscono le Cancellerie delle città repubblicane
prima, e poi delle Signorie.
Non più stretto all’osservanza
dei princìpi clericali, il campo d’interessi degli umanisti è più vasto, anche
se meno profondo.
NON
CONTRO LA RELIGIONE MA LIBERI DA UN’ECCESSIVA SOTTOMISSIONE AI CANONI ECCLESIASTICI.
INDIVIDUALISMO = IL CONTATTO CON DIO
SI SVOLGE ATTRAVERSO E ATTORNO ALL’IO.
Significativo FRANCESCO PETRARCA (immagine 19), Rerum vulgarium fragmenta, I, 1:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
In sul mio primo
giovenile errore
Qund’era in parte altr’uom da quel ch’io sono:
Del vario stile in ch’io piango e ragiono,
fra le vane speranze e il van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà non che perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
di me medesmo meco
mi vergogno;
E del mio vaneggiar
vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
L’umanista
è una guida morale e spirituale nutrito di tradizione classica, ma segnato
dal senso del peccato, pur se modernamente inteso, animato da un forte sentimento
etico e politico = L’UOMO, LA SUA COSCIENZA,
LA POLITICA BALZANO IN PRIMO PIANO.
Esemplare
il robusto richiamo morale di F. Petrarca, op. cit., I, 128 (Canzone ai
Signori d’Italia):
Italia mia, benché ’l parlar
sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì
spesse veggio,
piacemi almen che’ miei sospir’
sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et
grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse
in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo
paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che
crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte
superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci
et snoda;
ivi fa’ che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia
lingua s’oda.
Voi cui Fortuna à posto in
mano il freno
de le
belle contrade,
di che nulla pietà par che
vi stringa,
che fan qui tante pellegrine
spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder
molto,
ché ’n cor venale amor cercate
o fede.
Qual più gente possede,
colui è più da’ suoi nemici
avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondar i nostri dolci
campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia
che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro
stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca
rabbia;
ma ’l desir cieco, e ’ncontra
’l suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato
scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete
gregge
s’annidan sì che sempre il
miglior geme;
et è questo del seme,
per più dolor, del popol
senza legge:
al qual, come si legge,
Mario aperse sì ’l fianco,
che memoria de l’opra ancho
non langue,
quando assetato et stanco
non più bevve del fiume acqua
che sangue.
Cesare taccio, che per ogni
piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ’l nostro
ferro mise.
Or par, non so per che stelle
maligne,
che ’l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si
commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la più
bella parte.
Qual colpa, qual giudicio
o qual destino
fastidire il vicino
povero,
et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ’n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ’l sangue et venda
l’alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui né
per disprezzo.
Né v’accorgete anchor per
tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla
morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio
parer, che ’l danno;
ma ’l vostro sangue piove
più largamente, ch’altr’ira
vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete
come
tien caro altrui che tien
sé così vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose
some;
non far idolo un nome
vano, senza soggetto:
ché ’l furor de lassù, gente
ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non
natural cosa.
Non è questo ’l terren ch’i’
tocchai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sì dolcemente?
Non è questa la patria in
ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro
mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà
guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che
voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertù contra furore
prenderà l’arme, et fia ’l
combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne l’italici cor’ non è anchor
morto.
Signor’, mirate come ’l tempo
vola,
et sì come la vita
fugge, et la morte n’è sovra
le spalle.
Voi siete or qui; pensate
a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso
calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giù l’odio
et lo sdegno,
vènti contrari a la vita
serena;
et quel che ’n altrui pena
tempo si spende, in qualche
acto più degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio
si converta:
così qua giù si gode,
et la strada del ciel si
trova aperta.
Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente
dica,
perché fra gente altera ir
ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et
antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi
’l ben piace.
Di’ lor: - Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace,
pace. -
L’APPELLO ALLA TRADIZIONE
ROMANA È IL CEMENTO CHE UNISCE E FA CRESCERE LE NUOVE CULTURE UMANISTICHE.
INFATTI È A FIRENZE, CHE
MOLTO VANTAVA LE PROPRIE ORIGINI ROMANE, CHE NASCE IL PRIMO E FLORIDO CENTRO
DI STUDIA HUMANITATIS: BOCCACCIO, e il suo discepolo
COLUCCIO SALUTATI (che diverrà Cancelliere della Repubblica fiorentina).
SI
AFFERMA IL CONCETTO DI RITORNO E RISCOPERTA
DI UNA CIVILTÀ ORMAI QUASI PERDUTA, COONFINATA NEGLI EXEMPLA DEI GRAMMATICI, E NELLE CHIOSE
A MARGINE DEI TESTI SCOLASTICI.
Il Salutati
(immagine 20),
come tutti i primi umanisti, si situa ancora saldamente
nell’alveo della religione, tuttavia giunge a conclusioni che possiamo definire
innovative ed estremamente moderne, perché non dimentica che è Dio ad aver
creato l’uomo così com’è, con il suo corpo materiale e sensibile, accetta
dunque la naturalità della vita stessa. Assieme a Leonardo Bruni è esponente
dell’Umanesimo civile.
COLUCCIO SALUTATI (Stignano 1332-Firenze 1406).
1374 a Firenze notaio
delle Tratte; 1375 Cancelliere della Signoria.
OPERE: De saeculo et religione, (a c. di B.L. Ullman, Firenze,
Olschki 1957); Epistolario, (a c. di F. Novati, Roma, Ist. Storico
It. del Medio Evo 1891-1911,
reprint Torino: Bottega d’Erasmo, 1968-1969); De fato et fortuna;
De nobilitate legum et medicina; De tyranno; De laboribus Herculis,
considerate - vd. V. Rossi - ancora di impostazione medievale,
eppure già mosse da spirito critico nei confronti della tradizione
precedente; è il caso del De laboribus Herculis, volto a superare
i sillogismi capziosi e le distorte interpretazioni del testo di
Aristotele da parte di filosofi ignoranti della lingua greca, che,
di conseguenza, non intendono il pensiero aristotelico.
Ormai in Salutati SI
PERCEPISCE UN NUOVO INDIRIZZO che pone l’UOMO AL CENTRO DI OGNI SPECULAZIONE,
lo studioso si forma su testi il più possibile vicini all’originale, di qui la
circolazione di numerose copie dei codici rinvenuti nelle biblioteche europee –
non solo italiane – da questo ricco scambio di notizie, prestiti, opinioni,
annunci di esaltanti scoperte inizia
la diffusione di un nuovo taglio della cultura, quella agita sui testi e
alimentata dal libero giudizio del singolo studioso; si formarono così le prime
importanti bilioteche personali, tra le quali quella di Coluccio Salutati,
grande raccoglitore di libri classsici, scopritore delle Ad familiares di Cicerone, e grande testimone del metodo dei primi
umanisti, attestato attraverso le sue generose lettere, le epistolae influenzarono il nuovo corso degli studi umanistici e
divennero modelli di eloquenza e fonti di dottrina enciclopedica.
Egli FU IL PRIMO CHE
PRATICÒ LA COLLAZIONE di più mss.
Coluccio divenuto
Cancelliere fondò la prima cattedra regolare
presso lo Studio fiorentino, alla quale fu chiamato il bizantino MANUELE
CRISOLÒRA.
(1350‑1415) che nel febbraio del 1397 iniziò il
suo insegnamento, riccamente retribuito, raccogliendo attorno a sé una nuova
classe degli intellettuali, quelli che saranno i leader dell’Umanesimo del primo Quattrocento, giovani studiosi di una
nuova generazione umanistica, come Leonardo Bruni e Pier Paolo Vergerio. A
Firenze Crisolora rimase poco, fino ai primi del ’400 – ma il suo soggiorno
lasciò il frutto fecondo di un operoso gruppo di studiosi - e passò a Milano e
Pavia, lasciando il segno nell’ambiente dell’Umanesimo dei Visconti. Durante
quegli anni Salutati si valse dell’amicizia e della dottrina del Crisolora,
che per lui tradusse la Geographía di
Tolomeo e gli dedicò un trattatello sulle “aspirate” greche e la loro
pronunzia, utilizzato da Coluccio nel De
laboribus Herculis. Coluccio, come già Petrarca ai tempi della tentativo di
istituire una Repubblica romana ad opera di Cola di Rienzo, vagheggiò l’idea di
un Roma che risorge come Roma repubblicana, capo di una federazione di Stati, tutti uniti come le membra al capo, Roma, non però la
Roma papale (cfr. Ep. ad Romanos, 27
maggio 1380).
Quando, nel 1406, il suo corpo coronato di alloro venne esposto nella chiesa di
S.ta Reparata in segno di amore e onore.
Notizie su Coluccio ed il suo
ruolo nella società fiorentina ne Il Paradiso
degli Alberti, la villa del
Paradiso, fuori di porta San Nicolò, apparteneva ad Antonio di Nicolò degli
Alberti (1358-1415), di parte democratica, messo fuori dagli oligarchi. Il
Salutati primeggiava nei convegni che si tenevano in villa. Descrive questi
convegni il romanzo in volgare Il
Paradiso degli Alberti di Giovanni Da
Prato (edito con appendici d’altri autografi da Francesco Garilli, Palermo,
Libreria Athena 1976).
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
C. Salutati, De fato et fortuna, a c. di C. Bianca, Firenze, Olschki
1985;
G. Cammelli, Manuele Crisolora,
Firenze, Vallecchi 1941;
E. Garin, Il ritorno, cit., pp. 35
sgg.;
V. Rossi, Il Quattrocento, cit., 23-26;
B.L. Ullman, The Humanism of Coluccio
Salutati, Padova, Antenore 1963, voll. 2;
R. Weiss, Gli studi greci di Coluccio
Salutati, in Miscellanea in onore di
Roberto Cessi, Roma, Ediz. di Storia e Letteratura 1958, vol. I pp. 349‑56.
Per Salutati bucolico vd. E.
Carrara, Le vestigia bucoliche di
Coluccio Salutati, Milano,
Pirola 1909 e A. Tissoni Benvenuti, Schede per una storia della poesia pastorale
nel sec. XV: la scuola guariniana a Ferrara, Milano, Il Saggiatore 1979.
BIONDO FLAVIO
E IL PAPA EUGENIO IV CONDULMER SONO TRA I PROTAGONISTI DI QUESTA VERA RINASCITA.
FLAVIO
BIONDO (Forlì 1392-Roma
1463).
IL più significativo
cultore e ricercatore, erudito in campo
storico e antiquario del ’400.
Di famiglia
ragguardevole ma con pochi beni di fortuna.
Si avvia alla professione di notaio, studia grammatica e
retorica.
1420 A VERONA
INCONTRA GUARINO VERONESE che lo induce allo studio di Cicerone, per Guarino
esempla l’attuale ms. Vat. Ottoboniano 1592, ricopiando il Brutus di Cicerone da poco scoperto a Lodi.
Guarino lo mette in
contatto con Francesco Barbaro, Podestà di Vicenza (1424-25); che gli ottiene
nel 1424 la cittadinanza veneziana; in seguito accetta l’incarico di segretario
di Domenico Capranica, governatore ecclesiastico a Forlì (1427-30).
Francesco Barbaro
insiste perché Biondo torni a Ve, ma Biondo Flavio punta sulla Curia romana,
anche perché il veneziano papa Eugenio iv
della famiglia Condulmer, dall’anno della sua elezione – il 1431 – lo
chiama alla Curia pontificia.
Eugenio IV Condulmer sarà papa
dal 1431 al 1447.
Papa Eugenio
IV Condulmer (1431-1447), di famiglia veneziana, dell’ordine degli agostiniani,
venne eletto all’età di quarantotto anni. Sul suo carattere sobrio, la
semplicità dei costumi, il suo aspetto bello, grave e misurato vd. VESPASIANO
DA BISTICCI, Cronaca,
Flavio BIONDO, Decades, III,
libro IV, mette in rilievo la misura con la quale egli si condusse, soprattutto
nel non voler creare attorno a sé una corte nepotistica, va ricordato di questo
grande pontefice l’ottimo rapporto che egli ebbe con gli umanisti greci,
chiamati in Italia in occasione dei Concili di Ferrara e Firenze, e con gli
umanisti italiani e gli artisti (Filarete, in modo particolare), vd. L. von
PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del
Medioevo, Roma 1934-1942, voll. 16: I (1942), pp. 290- 362.
Alla fine del 1432 Biondo ottiene la carica di notaio alla Curia
papale; nel 1433 è Segretario pontificio: OTTIMA CARICA, cui si aggiunge quella
di Segretario del Cardinale Camerlengo.
BIONDO È A POSTO = 1 dei personaggi preminenti della Curia.
Seguono ANNI DIFFICILI per il PAPATO: Concilio di Basilea, i
Visconti ostili; Concilio di Firenze in cui assumono grande importanza i
Segretari. Infatti Biondo sottoscrive gli atti politici più solenni di quegli
anni, come la bolla d’unione tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente alla
conclusione del Concilio di Firenze 1439.
A lui si deve anche l’incarico a Francesco Sforza di Gonfaloniere
della Chiesa (patto di Calcarella); e il conferimento della condotta al
Gattamelata da parte dei Veneziani, perché il condottiero era ben accetto alla
Chiesa di Roma.
CONCILIO DI FIRENZE ESPERIENZA NODALE = INCONTRO CON I MASSIMI DOTTI
DEL TEMPO NON SOLO ITALIANI MA ANCHE DELLA CHIESA ORIENTALE.
Frutto di quelle discussioni: De verbis
romanae locutionis in cui si registrano le discussioni sulla lingua dei
Romani. Vi si registrano 2 posizioni contrastanti:
1. Quella del Bruni e
dei Segretari pontifici, dunque anche di Biondo, dell’unicità della lingua
letteraria e delle istituzioni, che si è corrotta ai tempi delle invasioni
barbariche.
In base alle conclusioni di Bruni, Biondo e dei Segretari che sono
per l’unicità della lingua, Alberti prende spunto per indire il Certame Coronario (1441) in cui si pone
a confronto la lingua volgare con la latina per dimostrarne la pari dignità in
campo letterario.
FLAVIO BIONDO PER INFLUSSO DEL BRUNI INIZIA L’OPERA STORICA: HISTORIAE, ma a differenza del Bruni
AMPLIA IL PAESAGGIO: DA UNA SINGOLA
CITTÀ (FIRENZE per Bruni) A TUTTA L’ITALIA,
LE HISTORIAE SONO
CONCEPITE COME STORIA DEL SUO TEMPO E NON SECONDO LA CONSUETUDINE MEDIEVALE –
COME STORIA UNIVERSALE.
MODERNITÀ RISPETTO AL MEDIOEVO MA ANCHE ALLE STORIE UMANISTICHE SPESSO
LEGATE A SINGOLI EPISODI O ALLA NECESSITÀ DI TROVARE PROTETTORI > STORIE
APOLOGETICHE.
IL PANORAMA ITALIANO GLI PERMETTEVA DI RICOLLEGARSI ALLA GRANDE
STORIOGRAFIA CLASSICA, vd. LIVIO: le Historiae
sono impostate per decadi e si amplia ad un disegno più vasto HISTORIARUM AB INCLINATIONE ROMANI IMPERII DECADES:
I e II decade dal sacco di Roma di Alarico 410 (per Biondo si
verificò nel 412) alla morte di Giangaleazzo Visconti 1402;
III dec. da Filippo Maria Visconti 1412 al 1439;
IV dec. incompiuta, espunta dalle edizioni antiche;
Giustifica la decadenza dell’impero non con la perdita della libertà
(tesi di Burni), o con la decadenza morale (tesi di Orosio), ma con un fatto
obiettivo: la discesa di popolazioni barbariche; nella storia d’Italia
riconosce alcune forze positive:
1. il valore del
costituirsi delle città;
2. il risorgimento di Roma con il Papato, che rinnova i
disegni universalistici dell’impero.
PER QUESTO È OSTILE ALL’IMPERO GERMANICO E ALLA CONSUETUDINE
DELL’INCORONAZIONE DELL’IMPERATORE (vd. Sigismondo).
ADERENZA AI FATTI!
Contemporanei alle Historiae
sono:
ROMA INSTAURATA per il ritorno della
Curia a Roma, 1443, pubblicata 1446. Dedicata ad Eugenio IV, stampata a Venezia
nel 1503.
DESCRIZIONE TOPOGRAFICA DELLA CITTÀ DI ROMA.
Si allontana dai Mirabilia medievali, si basa su ricerche
scientifiche e su Frontino, i Regionari precostantiniani, fonti classiche,
investigazioni sulle epigrafi, sulle monete e sulle rovine superstiti (metodo
simile segue L.B. Alberti), ma
anche sulle più tarde fonti cristiane: Gregorio Magno, Cassiodoro, Apollodoro, Liber Pontificalis.
Ben s’inquadra con la politica di
Eugenio IV Condulmer che andava restaurando la città e le strade di Roma, Alberti misura i
monumenti, Biondo restaura e COMPARA le fonti, DI QUI LA GRANDE IMPORTANZA
DELLA CONOSCENZA DELL’ESATTO SIGNIFICATO DELLE PAROLE TECNICHE LEGATE
ALL’ARCHITETTURA > De re aedificatoria
di L.B. Alberti.
BIONDO FLAVIO CONSIDERA NON SOLO
LA ROMA PAGANA MA ANCHE QUELLA CRISTIANA che viene indagata con lo stesso metro scientifico.
È DALLA ROMA CRISTIANA CHE VERRÀ
IL RISCATTO DELLA ROMA PAGANA, MA CON UNA MARCIA IN PIÙ, PERCHÉ LA ROMA
CRISTIANA POGGIA IL SUO POTERE SULL’AMORE NON SULLE ARMI, DUNQUE È
UNIVERSALMENTE AMATA, E TUTTI I POPOLI SARANNO CONTENTI DI CONTRIBUIRE ALLA SUA
RINASCITA.
Nella visione di Biondo SI
SOSTITUISCE ALLA DITTATURA DEI CESARI QUELLA DI CRISTO CHE NON PERISCE.
Si riconosce il ruolo dell’AZIONE
DELLA PROVVIDENZA NEI DESTINI DI ROMA.
OPERA VERAMENTE NUOVA, MOLTO LODATA, APPREZZATA DA FRANCESCO
BARBARO, BEN PRESENTE A MARIN SANUDO IL GIOVANE NEL DE ORIGINE, SITU ET
MAGISTRATIBUS (vd. Venezia, B.N.M., cl. X, 21, n.150, Marin SANUDO il
giovane, De origine, situ et
magistratibus urbis Venetae ovvero La città di Venetia (1493-1530),
edizione critica a c. di A. Caracciolo Aricò. Glossario di Paolo Zolli, Milano,
Cisalpino - La Goliardica 1980), e riprodotta a stampa dal 1471 Roma, Verona 1481,
Venezia 1503, 1510 ecc.
Con Biondo viene
esaltato il valore della STORIA, in particolare della storia antica = ROMANA,
DELL’EPOCA REPUBBLICANA.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
F.
Biondo, De
Roma triumphante libri decem […], Froben, Basilea 1531 e 1559;
R. Cappelletto, Recuperi ammianei da Biondo Flavio, Roma,
Edd. di Storia e Letteratura 1983;
B. Nogara, Scritti inediti di Biondo Flavio, Roma, Tip.
Poliglotta Vaticana 1927, contenente opere quali il De verbis romanae
locutionis e le Additiones correctionesque Italiae illustratae.
M. Tavoni, Latino, grammatica, volgare. Storia di una
questione umanistica, Padova, Antenore, pp. 197-215.
GRANDE MODELLO PER BIONDO
È TITO LIVIO.
È nella prima metà del Quattrocento che si sviluppa
la storiografia umanistica.
Il grande modello della storiografia umanistica
è Livio, che ha trattato il periodo
repubblicano della storia romana, periodo durante il quale l’individuo, agendo
più o meno democraticamente, riesce a lasciare traccia delle sue decisioni
e della sua volontà. Nell’Umanesimo l’antico non è superato e perduto, ma
è base, supporto per l’azione contemporanea e per la condotta etico-politica,
è insegnamento morale in un continuo fluire tra exempla dell’antico e scelte nel moderno.
Anche in Livio - così come poi negli storiografi
umanisti - la lezione degli antichi si intreccia con quella dei moderni, una
delle sue fonti principali è lo storico greco Polibio.
Lo stile narrativo
di Livio è piano, semplice, piacevole, uno stile naturale.
Nell’Umanesimo - in
particolare Coluccio Salutati nel libro I del De laboribus Herculis (edidit
B.L. Ullman, Turici, In aedibus Thesauri Mundi 1951) e Pontano
nel dialogo Actius – si affronta l’argomento dello stile
delle scritture di argomento storico, e, in linea con il pensiero di Livio
si afferma che deve essere piano e piacevole.
Per rendere piano, variato e piacevole il suo
stile Livio ricorse ai dialoghi, alla drammatizzazione del pensiero, con personaggi
che sostengono tesi opposte o non coincidenti tra loro.
TITO LIVIO (immagine 21).
Le figure a cui
guarda in gioventù sono quelle della Roma repubblicana, profondamente radicati
nel passato; ma nella maturità della sua vita egli assiste al maturarsi di un
assetto politico nuovo, i cui sviluppi si fanno sentire ancora nella tarda
antichità, ed alcuni in età moderna (muore, secondo san Gerolamo, nel 17 d.C.).
OPERA: Ab urbe condita libri CXLII, pervenuti solo in parte, e
precisamente i voll.: 1-10; 21-45. Tutto il resto ci è noto solo in sommari, o
“periochae”, o estratti “epitomae”.
Centro dell’opera: la
storia romana dagli inizi fino alla morte di Druso nel 9 a.C. Il I libro esce
dopo che Ottaviano ha assunto il titolo di Augusto, 27 a.C., ma prima che
chiuda, 25 a.C., il tempio di Giano per la 2° volta, dunque nel 26 a.C. circa.
Le parti conservate
si articolano in gruppi di cinque libri, a loro volta raggruppati in decadi, o
in vol. di 15 libri.
FONTI: primarie,
documenti: pochissime.
secondarie: prevalenti, ma sporadicamente indicate.
FONTI GRECHE:
POLIBIO;
FONTI LATINE: Claudio
Quadrigario, e tra le fonti “antiquissime” Fabio Pittore.
FONTI PER LA I
DECADE: non chiare, racconti paralleli in Dionigi di Alicarnasso, contemporanee
di Livio, Valerio Anziano, Licinio Macro, democratico, meno Elio Tuberone,
favorevole agli ottimati, e dal 6° libro in poi Claudio Tuberone.
Livio segue con
scrupolo la tradizione, senza aggiungere elementi d’invenzione o romanzeschi.
Nei confronti di Polibio omette i passi poco edificanti o compromettenti per i
Romani.
STRUTTURA: criterio
annalistico, e suddivisione in decadi.
STILE: l’esposizione
delle storie è secondo lo stile drammatico, secondo il genere della
“storiografia tragica”.
Vuole impressionare
il lettore e suscitarne la compartecipazione, o “sumpatheia”, pur non forzando
la mano agli eventi, non aggiungendo nulla di inventato. Gli episodi narrati
hanno struttura ternaria: inizio- centro-conclusione. Prologo ed apologo
vengono compressi per lasciare ampio campo alla narrazione dei fatti, posta al
centro, condotta per punti essenziali, ma la “peripezia” o nucleo centrale
dell’azione, è narrata con dovizia di particolari.
L’impostazione dominante è patetica,
solo raramente sfiora il macabro e l’orripilante (22, 51, 5-9).
Livio insiste volentieri sugli
effetti psicologici degli avvenimenti.
Lo spirito di sintesi
fa sì che Livio concentri in un unico colloquio più trattative, secondo un
costume già greco.
La sua simpatia va ai
perdenti, anche non romani.
Le grandi scene di
massa sono rappresentate secondo le valutazioni di gruppi diversi, con una
varietà
di punti di vista che anticipa le elisioni e lo stile a sorpresa di Tacito.
Uno degli obiettivi
principali di Livio è l’evidenza, “enèrgheia”, per ottenerla si serve dei
DIALOGHI, che apre anche verso uno stile TEATRALE, che non fa dimenticare
l’esigenza di CHIAREZZA, per questo Livio abbrevia i ragionamenti astratti di
Polibio, mentre confina nei discorsi “in funere” il ritratto dei personaggi, in
cui mescola lode e biasimo.
Momento
caratterizzante si ha nell’entrata in scena dei vari personaggi.
La caratterizzazione
passa anche attraverso l’opposizione di tipi opposti (es. Q.F. Massimo il
temporeggiatore e Minucio, avventato). Tale volontà di tipizzazione lo spinge a
dar giudizi collettivi sui vari popoli: i Cartaginesi, mancatori di parola, i
Greci, degenerati, ecc.; o per famiglie: i Deci = abnegazione, Fabii =
altruisti, Claudii = avidi di dominio, ecc. Scipione è la quintessenza della
“virtus” romana, con doti di castità e mitezza del tutto immaginarie.
Della
caratterizzazione indiretta fanno parte anche LE ORAZIONI e i DIALOGHI.
Se Polibio
rappresenta fatti e personaggi secondo un’impostazione razionale, Livio ricorre
ad una forma emotiva, attraverso il discorso
diretto.
PER LIVIO LA
STORIOGRAFIA è un COMPITO RISERVATO AGLI ORATORI. DUNQUE I DISCORSI DIRETTI
HANNO IMPORTANZA FONDAMENTALE, MOLTO MAGGIORE CHE IN POLIBIO.
Infatti le orazioni che Livio
inserisce nella storia hanno grande successo ed una circolazione separata
dall’opera stessa. Nelle orazioni si vale di “EXEMPLA”, cercando di
caratterizzare i parlanti con tratti moralmente dignitosi, il bene etico è
in primo piano rispetto all’utile.
Per questo le forze
motrici che Livio ricerca nella storia romana sono di tipo etico, più che in Polibio.
Concetto cardine è l’exemplum, che ha un doppio ruolo:
1. stimolare
l’emulazione;
2. fungere da
deterrente;
Per Livio doti dei
Romani sono consilium e sapientia, che hanno come seguito concordia
e pax, pone in primo piano
l’azione e la responsabilità dell’uomo.
Egli - come Polibio e Cicerone -
riconosce il valore sociale della “religio” come base della morale pubblica.
MA SONO LE QUALITÀ
UMANE A DAR FORMA ALLA STORIA. Già in Cicerone, Nat. Deor., 2, 7 e segg.,
l’uomo virtuoso consegue il successo il malvagio fallisce, concezione arcaica
che ha carattere più religioso che filosofico; secondo gli stoici invece ha una
elaborazione più sottile: il virtuoso rispetta i diritti degli uomini e degli
dei, dunque vive in accordo con il fatum,
a cui anche gli dei sono soggetti (si vedano I, 42, 2; 8, 7, 7; 25, 6, 6, ecc.)
Per Livio la storia è il luogo
della verifica delle virtù militari e civili; dunque l’esito della storia deve
essere strettamente connesso con la morale del singolo: L’INDIVIDUO È IN PRIMO
PIANO, NODO FONDAMENTALE DELLA STORIA.
PER QUESTO MOTIVO LIVIO È TANTO
AMATO DAGLI UMANISTI, PERCHÉ CON LUI CONDIVIDONO L’IDEA DELL’HOMO FABER.
Crede in un processo in fieri, in un’evoluzione, che cambierà
la storia romana, cerca nel passato di Roma le qualità di cui ha bisogno il suo
tempo. Per questa osmosi tra tempo passato e istanze contemporanee richiama il
pensiero di Machiavelli che pensava di trovare nella storia gli insegnamenti
per il futuro (“HISTORIA MAGISTRA VITAE”); Livio non delinea un quadro statico
del carattere nazionale romano, ANCHE QUESTO
PUNTO È MOLTO SIGNIFICATIVO PER UN RAFFRONTO CON MACHIAVELLI, INFATTI NEL PRINCIPE MACHIAVELLI DICE CHE ORA, NEL MOMENTO ATTUALE IL PRINCIPATO
È LA PIÙ OPPORTUNA FORMA POLITICA PER GLI ITALIANI, MA QUANDO SARANNO MATURI
QUESTA FORMA SARÀ LA REPUBBLICA.
Livio godette subito
di ottimo successo, malgrado le critiche di Asinio Pollione e dell’imperatore
Caligola. Quintiliano lo pone accanto ad Erodoto, elogia la sua attendibilità,
Plinio lo conosce. Livio fornisce materiale per l’insegnamento retorico;
Valerio Massimo trae molti dei suoi exempla;
Frontino lo sfrutta per le guerre, Curzio lo imita come scrittore, ecc.
Nella rinascita
carolingia non si sa ancora bene quale fu la sua importanza.
Dante, Inf., 28, 7-12 parla di “Livio che non
erra” riferendosi a Livio 23, 12, 1.
Pare che nel Medioevo
si conoscessero solo i primi 4 libri; Petrarca nel delineare Scipione, eroe
dell’Africa, si serve di Livio.
Pare che Boccaccio
abbia tradotto Livio in italiano e pare che abbia avuto parte nel trafugamento
del ms. di Livio da Montecassino a Firenze.
Tra il 1352 e il 1359
venne tradotto in francese dal benedettino Pierre Bersuire. Di questa
traduzione si valsero poi spagnoli, catalani e scozzesi.
Se in un primo tempo
si leggeva Livio come raccolta di esempi di tattica militare, virtù e sapienza
politica, con l’umanesimo egli viene considerato a tutto tondo, e come il massimo
storiografo latino.
Il VALLA registra le glosse dell’esemplare
liviano del Petrarca.
1469 LA PRIMA STAMPA A ROMA DEL TESTO ORIGINALE.
Seguono traduzioni in
tedesco, in italiano, 1535, e in inglese, 1544.
Le Decades liviane sono fonte della Sofonisba del TRISSINO, 1514-15, MENTRE MACHIAVELLI GLI DEDICA I DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECADE DI TITO LIVIO, (escono postumi nel 1531), mentre ERASMO
non lo accoglie tra i suoi testi di lettura.
Entusiasma il suo
culto delle virtù civiche, i suoi primi libri ispirano Montesquieu per il suo
scritto contro la tirannia, di Livio si ama la capacità di porre in primo piano
l’elemento umano, l’atteggiamento spirituale, al punto che la sua “storia di
Roma è divenuta un patrimonio di figure e destini esemplari, che per
l’influenza esercitata si può paragonare alla mitologia greca” ( vd. a. von albrecht, Livio in op. cit., p. 867).
LA FORTUNA DI LIVIO NEL
RINASCIMENTO ITALIANO.
Il testo più frequentato dagli
Umanisti furono le decadi liviane Ab urbe
condita (Sull’argomento vd. G.
Billanovich, Tradizione e fortuna di
Livio tra Medioevo e Umanesimo, Padova, Antenore 1981; G. Billanovich, M. Ferrara, P. Sambin, Per la fortuna di Tito Livio nel
Rinascimento italiano, “Italia Medioevale e Umanistica”, 1958, pp.
245-281).
Sulla 3° decade di Livio fu
strutturata la trama dell’Africa di
PETRARCA.
Il concilio di Firenze tra le
chiese Occidentale e Orientale – sotto papa Eugenio IV Condulmer - fece di
Firenze il centro umanistico più importante d’Italia: 1434-35, e anni successivi
dopo il ritorno da Ferrara.
I Greci si incontrano con i
Latini. Durante il soggiorno toscano i dotti leggono, emendano, commentano
Livio. Pochi anni dopo, alla corte di Alfonso si ripete la medesima operazione
sul testo del cod. liviano donato da Cosimo ad Alfonso d’Aragona. Attorno a Livio e alle emendationes sul suo testo si scrive uno
dei capitoli fondamentali della filologia umanistica. Emendazioni e bisticci
caratterizzano lo studio degli umanisti.
A Napoli l’ora del libro era
dedicata alla lettura della 3° dec. sotto la guida del Panormita; quando alla
corte arriva il Valla mette in ridicolo le congetture del Panormita che assieme
a Bartolomeo Facio, Giacomo Curlo e Antonio Cassariano avevano apposto le loro
osservazioni, con erasioni e aggiunte direttamente sul codice regio. Il Facio
reagisce con le Invectivae in Vallam,
cui il Valla risponde con le Recriminationes
in Facium e con le Emendationes in Livium contraddette dal Bracciolini: Invectivae in Vallam, cui Valla
risponde con gli Antidota in Poggium. Valla gestì la disputa in
modo arrogante e presuntuoso, ostentando sicurezza di sé e spregio degli altri,
ma scientificamente era più avanti dei suoi contradditori e il suo metodo era
corretto.
Disciplina fondamentale per il
vivere civile è l’ORATORIA intesa come ARTE di PERSUASIONE. Dunque non
più la retorica ( = grammatica) con gli aridi sillogismi medievali, la
dialettica e le dispute su argomenti anche minimi (al proposito si veda P.O. KRISTELLER, Studies in Renaissance
Thought and Letters, vol. II, 1985, pp. 209-238) ma l’ELOQUENZA con la quale si
governano uomini e Stati. Non per niente i discorsi inseriti nelle decadi di
Livio ebbero grande diffusione – anche autonoma – in epoca umanistica. Ma, tra
gli umanisti, indiscusso e riconosciuto MAESTRO DELL’ARTE ORATORIA È CICERONE.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
A. von
Albrecht, Livio, in Storia della letteratura latina, II,
Torino, Einaudi 1995, pp. 836-870.
G. Billanovich, Mariangela Ferrara, Paolo Sambin, Per la fortuna
di Tito Livio nel Rinascimento italiano, “Italia Medievale e Umanistica”,
1958, pp. 245-281.
STORIOGRAFIA E ARTE ORATORIA SI INTRECCIANO,
E LA SECONDA È DI FORTE SUPPORTO ALLA SCRITTURE STORICHE, di qui il grande magistero di CICERONE, che nel De oratore (55 a.C.), 3
libri in forma di dialogo, secondo la tecnica di Platone, in cui, attraverso
la contrapposizione dialettica dei due massimi oratori del tempo, Marco Antonio
e Licinio Crasso, affronta il tema della qualità dell’oratore: spontaneo,
copioso, superficiale, o solidamente preparato in politica, filosofia, giurisprudenza;
afferma il valore pieno dell’homo e della virtù che gli viene riconosciuta come massima = l’elocutio, il perfetto oratore per Cicerone
– così come per gli umanisti - è quello che segue l’humanitas.
Deve dunque avere una cultura
vasta in ogni campo, letterario, storico, filosofico. Questa è la tesi di Licinio Crasso in cui
si riflette il pensiero di Cicerone. È questa la PROSPETTIVA UMANISTICA, basata
sulla contrapposizione tra il “perfectus” e il “vulgaris orator” (Cicerone dedica allo stesso tema l’Orator,
del 46 a.C., dedicato a Bruto come un compendio del De oratore, ma in forma
sistematica, non dialogica, tratta essenzialmente del numerus, il ritmo prosastico, e il de optimo genere oratorum).
LA FILOSOFIA COME RICERCA DELLA
VERITÀ È INDISPENSABILE ALL’UOMO. FORTE È IN CICERONE L’INFLUENZA DI PLATONE (infatti
il De oratore è scritto ad imitazione
del Symposio di Platone, pur con
esiti molto diversi).
Nel II libro del De oratore, 12, 51 segg. affronta il NESSO TRA STORIOGRAFIA E ORATORIA.
Quale tipo dev’essere l’oratore
che tratta = scrive = parla di storia?
-
Grandissimo
se dev’essere come i Greci – che ebbero grandissimi scrittori di storia, da
Erodoto, (V sec. a.C.): Storie delle guerre fra Greci e Persiani; Tucidide
(V sec. a.C.): storia della guerra del Peloponneso; Senofonte (V sec. a.C.),
storico e filosofo: Anabasi, Apologia di Socrate, Memorabili di Socrate;
le Elleniche = storia della Grecia
da Tucidide fino alla battaglia di Mantinea;
-
se
come i Romani basta che dica la verità, in modo conciso e chiaro.
Ma conclude che nelle storie è necessario
soprattutto UNO STILE FLUIDO PIACEVOLE.
Per questi motivi, così affini al pensiero
degli umanisti, CICERONE
venne accolto come supremo modello di vita civile e di oratoria. Il De oratore richiama il modello del Symposio platonico, in cui SOCRATE è la
figura cardine nella ricerca della verità (Una
fine analisi del De oratore è in
E. Narducci, Eloquenza,
retorica, filosofia nel “de oratore”, in Cicerone,
De oratore, Milano, Garzanti 1995, pp. 5-110).
SOCRATE È IL SUBLIME TIPO
DEL PENSIERO ANTICO che gli Umanisti amarono per la sua VIRTÙ TUTTA UMANA, libera dalle costrizioni della filosofia
scolastica.
PLATONE rappresenta il pensiero
di Socrate attraverso i dialoghi (Simposio,
Fedone ecc.), MUORE IL TRATTATO,
VIVE IL DISCORSO A PIÙ VOCI.
Il
DIALOGO diviene la forma tipica e nuova della comunicazione umanistica (Ampia
rassegna di autori di dialoghi nell’Umanesimo è in E. Garin, Prosatori latini
del Quattrocento, Milano-Napoli, R. Ricciardi 1952).
Per questo l'esaltazione divenne tema particolarmente
caro agli umanisti assieme allo studio e alle indagini attorno alle opere
di Cicerone, considerato non solo come massimo maestro dell’“arte oratoria”
e supremo modello stilistico, ma come simbolo di vita e sapienza “civile”.
IN ARTE FIGURATIVA SI ESEMPLIFICA ATTRAVERSO IL GENERE DELLA “SACRA CONVERSAZIONE” (immagini 22, 23, 24).
Tutti i grandi autori dell’Umanesimo sono produttori di dialoghi,
tra questi lo storico Leonardo Bruni,
Dialogai ad Petrum Paulum Histrum, 1401-1408
(dedicati a Pier Paolo Vergerio, capodistriano) nei quali affronta
il rapporto - cruciale per la cultura umanistica - tra antichi e moderni.
LEONARDO BRUNI (Arezzo 1374 ca.-Firenze 1444).
A Firenze studia
retorica e diritto entra nel gruppo degli intellettuali fiorentini e con il
bizantino Emanuele Crisolora, protetto da Coluccio Salutati Laudatio florentinae urbis in cui
campeggia la figura di Coluccio. A lui sono dedicate le prime traduzioni dal
greco: Plutarco, Vita Marci Antonii,
Basilio, De utilitate studii al
Niccoli dedica Senofonte, De tyranno,
mentre il Fedone è dedicato a Papa Innocenzo VII, (ha in
mente il progetto di passare alla Curia di Roma).
Ai primissimi del ’400
dà fuori i Dialogi ad Petrum Histrum dedicati
a Pier Paolo Vergerio.
1405 viene accolto
nella Curia di Roma, ma nel 1406 muore
Coluccio Salutati, Bruni aspira alla Cancelleria
di Firenze senza successo, ma nel
1410 la Cancelleria è di nuovo vacante e Bruni l’ottiene, tuttavia si
stabilisce definitivamente a Firenze
solo dopo il Concilio di Costanza (1414).
In questi anni
traduce l’Etica di Aristotele.
Ma l’opera cui lega
la propria fama è la
1. HISTORIA FLORENTINI POPULI libri XII ed è la storia per la
città dell’uomo, mira alla compiuta
educazione del cittadino.
L’umana
comunicazione, colloquio, scambio, è da considerarsi l’attività umana più alta
e nobile, la POLIS (termine da cui deriva “politica”) È LUOGO MENTALE PRIMA CHE URBANISTICO, in cui deve agire una volontà MORALE
DIRETTA AL BENE COMUNE.
Infatti gli
insegnamenti più alti sono quelli che riguardano gli stati e il loro governo (così L.B. Alberti, De icicarchia).
PUNTI DI RIFERIMENTO
del suo pensiero politico: CICERONE
E DANTE.
In particolare DANTE = perché UOMO COMPLETO, NON SOLO
LETTERATO, animato da una fortissima coscienza politica. Infatti per Bruni SOLO NELLA VITA CIVILE e SOCIALE L’UOMO
RAGGIUNGE LA SUA PERFEZIONE. Nella “polis”
si esplica in tutto il suo vigore la forza del denaro e dell’attività
economica.
Inizia con la Vita
di Dante scritta dal Bruni in volgare la rivalutazione del grande toscano;
a questa si accompagna un’altra biografia di un massimo poeta: Petrarca, anche
questa in volgare.
Bruni è autore di passaggio dall’ossequio alla lingua
e alla cultura greca e latina ai nuovi orizzonti della esperienza umanistica,
quella che cerca i maestri del vivere civile, anche nella società romanza, di
qui la biografia dantesca e, assieme, la traduzione della Politica di Aristotele dedicata
a papa Eugenio. IV. In latino scrive la Vita
Aristotelis.
2. Rerum suo tempore in Italia gestarum commentarius (repertorio di
memorie storiche).
3. De bello italico adversos Gothicos libri IV, CHE EBBE DIFFUSIONE ANCHE IN
TRADUZIONE VOLGARE: La Guerra de Ghoti.
Vinegia: Gabriel Giolito de Ferrari, 1548.
4. Epistolarum libri VIII.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
F.
Cardini-G. Vasoli, in Il Quattrocento, in Letteratura italiana – Gli autori,
I, pp. 372-373.
Particolare
è il caso di Poggio Bracciolini (Terranuova di Arezzo 1380–Firenze 1460),
potente, asistematico innovatore della cultura
umanistica, ALLARGÒ straordinariamente
GLI STUDI UMANISTICI con le sue scoperte di manoscritti. Partecipando alla
vita della
Curia pontificia e seguendo gli spostamenti di papa Bonifacio IX (1354-1404,
eletto papa nel 1389 mentre ad Avignone regnava l’antipapa Clemente VII) e
successivamente di Giovanni XXIII (antipapa 1410-1415) in qualità di scrittore di brevi e bolle
papali, o come segretario pontificio, ebbe modo di viaggiare nel cuore dell’Europa;
da Costanza si dà ad un’instancabile ricerca nei monasteri dell’Europa centrale:
Cluny, Colonia, San Gallo, con ritrovamenti entusiasmanti, reclamizzati con
sapiente verve comunicativa (vd.
E. Garin,
Il ritorno dei filosofi antichi, Napoli,
Bibliopolis 1983).
Nel 1414, ritrova nell’abbazia di Cluny due orazioni
ignote di Cicerone, e, lo stesso anno, nel corso del Concilio di Costanza,
cui partecipò insieme ad altri segretari della Curia. Ma è tra il ’15 e il
’20 che la sua attività di ricercatore fu particolarmente favorita dalla sorte:
nell'estate del ’16, insieme a Bartolomeo Da Montepulciano e De’ Rustici,
scoprì nell’abbazia di San Gallo in Svizzera un gruppo di mss. di estremo
valore: l’esemplare completo delle Institutiones
oratoriae di Quintiliano - opera sulla quale discuterà poi il Valla -
altre orazioni ciceroniane, le Argonauticae
di Valerio Flacco e il commento alle orazioni di Cicerone di Asconio Pediano,
che subito trascrisse e mise in circolazione, scrivendone agli amici e agli
studiosi come lui appassionati del mondo antico. Ma il “colpo grosso” lo fece
pochi mesi dopo quando, con il De re
rustica di Columella, alle Silvae
di Stazio, che avranno una grande influenza nel secondo Umanesimo e nella
nuova letteratura bucolica, alle Punicae
di Silio Italico, alle Historiae
di Ammiano Marcellino e all’Oeconomicon
di Manilio, riportò alla luce il De
rerum natura di Lucrezio.
Fu anche autore di una lunga serie di dialoghi attraverso i quali espone il proprio pensiero,
maturato tra persistenze medievali e stimoli nuovi.
Di particolare interesse:
-
De infelictate principum (1440): la fortuna travolge anche i
grandi della terra;
-
De nobiltate (1440);
-
Contra hypocritas (1447-1448), in cui si scaglia contro
i cattivi monaci, parassiti e improduttivi; CONTRO LA VITA SOLITARIA. Bracciolini viene a rappresentare - come
già il Salutati - il valore della concretezza
del vivere civile;
-
De varietate fortunae (1448), indirizzato a papa
Nicolò V; estremamente significativa l’epistola del I libro sulle miserrime
condizioni di Roma; nel dialogo il Bracciolini si rivolge in particolare ai
grandi uomini, lanciando un chiaro avvertimento: la fortuna è mutevole! Secondo
un concetto già espresso da Dante, va tenuto però conto che nel pensiero di
Dante la fortuna è una forza angelica (“general ministra e duce”, Inf.,
VII, 78) voluta da Dio affinché l’uomo, quando perda i beni di fortuna
a Lui si riavvicini, ricordando che Egli è il fine ultimo della vita;
-
De miseria humane conditionis
’53;
-
del 1452 è la raccolta delle
Facetiae;
-
Postuma uscirà l’Historia
florentini populi dal 1350 alla pace di Lodi del 1454 (vd. L.
Bruni, Historia universale tradotta in lingua toscana per Donato
Acciaiuoli, insieme con l’Historia fiorentina di Poggio Bracciolini
tradotta in toscano per Iacopo suo figliuolo. Pubblicazione: [Venezia : Giovanni
Rossi], 1560; ora: Bracciolini, Poggio <1380-1459>, Historia fiorentina
/ tradotta da Jacopo suo figlio; presentazione di Eugenio Garin, Arezzo, Biblioteca della città di Arezzo, 1980;
-
le Epistolae escono solo nel sec. XIX, tra il 1832 e il 1861, Epistolae a c. di Tommaso de
Tonelli (ora a c. di
H. Hart, Lettere, Firenze 1984-87).
L’epistolario di Bracciolini è uno dei più cospicui
ed importanti dell’Umanesimo, perché anche il Bracciolini – come molti umanisti
- pone molta attenzione all’aspetto formale delle sue lettere, che restituiscono
la vivezza dei casi e dei pensieri dei suoi contemporanei. Suo modello fu Cicerone.
Nell’Umanesimo le raccolte
di Cicerone più consultate, anche perché frutto di scoperte filologiche furono:
-
epistulae ad Atticum (raccolte dallo stesso Attico);
-
epistulae ad familiares: 426 lettere, (la prima a Pompeo
del 62 a.C., l’ultima a Cassio del 43 a.C., raccolte dal segretario Tirone
in volumina, pubblicate sotto Augusto);
-
epistulae ad Quinctum fratrem, 27 epistole tra il 60 e il 54
a.C.;
-
epistulae ad Marcum
Brutum, 26 epistole del 43 a.C.
POGGIO
BRACCIOLINI: Coluccio lo conosce e
ne intuisce il valore, lo usa come ottimo copista. Conduce gli studi notarili,
nel 1403 è a Roma tra i familiari del cardinale Marmaldo, vescovo di Bari, poi
scrittore apostolico con Papa Bonifacio IX. Segue la Curia dei Papi legittimi
nel decennio dello Scisma, ma con Giovanni XXIII, SCISMATICO, va a Costanza nel
1414. Cerca mss. nei monasteri svizzeri e francesi.
1415 Giovanni XXIII
deposto, Poggio libero di studiare in pace.
1415 a Cluny scopre 2
orazioni sconosciute di Cicerone.
1416 nel monastero di
San Gallo (Costanza) trova Institutio
oratoria di Quintiliano, Argonautica
di Valerio Flacco, i primi 3 libri e mezzo del IV, Asconio Pediano argomenti su
nove orazioni di Cicerone.
1417 gennaio Poggio a
San Gallo e in monasteri vicini trova il De
re rustica di Columella, Stazio, Silvae,
Manilio, Astronomicon, Silio Italico,
Puniche.
1417 primavera trova
a Fulda in Germania Ammiano Marcellino, Historia,
Lucrezio, De rerum natura, Apicio.
1417 estate tra
Francia e Germania scopre il Pro Caecina di
Cicerone, e a Colonia, nel Duomo 7 orazioni di Cicerone.
Esemplava di suo
pugno i testi trovati nella “lettera antiqua”, la minuscola romana del X e XI
sec. che egli aveva ripristinato.
Dopo l’elezione di
Martino V (cardinale Oddone Colonna eletto papa l’11 nov. 1417) invano cerca di
ottenere l’ufficio di Segretario apostolico.
1418 con l’elezione di Martino V, il B. fu messo in
disparte. Fu in seguito a ciò che il B. si spostò in Inghilterra, seguendo il
cardinale Enrico di Beaufort, anni tristi in cui prende gli ordini minori, ottiene
qualche beneficio ecclesiastico, e soprattutto si applica allo STUDIO DEI PADRI DELLA CHIESA, iniziando quella
rivalutazione e commento del testo ebraico-cristiano, che porterà agli studi di
Valla, di Erasmo, dei due Valdés, per approdare in seguito a Lutero.
1423 RITORNO A ROMA,
nel maggio entra in CURIA COME SEGRETARIO APOSTOLICO. È CONTENTO. RIPRENDE LE
SCOPERTE DEI CLASSICI. Da Roma facilmente può condurre le proprie ricerche
nella biblioteca dell’abbazia di Montecassino
scoprendovi altre opere di autori antichi, fra tutte importante è l’opera sugli
acquedotti di Frontino.
Stando a Roma contatta tutto il mondo. Di particolare interesse
l’incontro con un monaco di Hersfeld in Germana, arrivato con l’inventario dei
mss. del suo convento, perché, in base a quell’inventario Niccolò Niccoli
(1364-1437, amico del Bracciolini, studioso di autori volgari, Boccaccio
soprattutto, latini e greci, di lui rimane solo un epistolario in volgare, vd.
T. Foffano, Niccoli, Cosimo e
le ricerche di Poggio nelle biblioteche francesi, “Italia medioevale e
umanistica”, XII (1969), pp. 113-28; B.L. Ullmann-P.
Stadter, The Public Library of
Renaissence Florence, Padova, Antenore 1972, pp. 60-76 e 295-309) può
stilare una guida per il ricercatore di mss. in Germania.
Tanto il Niccoli era
di cattivo carattere, litigioso con tutti, col Crisolora, con il Guarino e Leon
Bruni, quanto Bracciolini invece era di carattere allegro, anche se pungente e
a volte aggressivo, soprattutto contro gli ignoranti.
Anche in Poggio
cultura pagana e fede cristiana non confliggevano.
Il suo ideale di vita
era l’“otium cum dignitate”. Questa condizione gli fu possibile quando Eugenio
IV dovette lasciare Roma, e Poggio poté restaurare la sua casa nei dintorni di
Firenze, la “Valdarnina”, una villa con annesso un edificio per la biblioteca,
la “casa dei libri” in cui raccolse
molti dei testi da lui recuperati, e diede vita ad un piccolo scriptorium, in cui, assieme a lui, lavoravano dei copisti, perché Poggio aveva ben capito
l’importanza che l’opera, una
volta scoperta, venisse diffusa. Accanto ai libri, si raccoglievano i busti e le
statue antiche, frutto della sua passione antiquaria, che lo portò ad istituire
una raccolta archeologica di pretto stampo umanistico-rinascimentale, che
Donatello ebbe modo di conoscere e ammirare.
(immagini 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34)
1436, a cinquantasei
anni prende in moglie una ragazza di diciotto (aveva già tre figli
illegittimi).
Quando nel 1443
Eugenio IV riporta la Curia a Roma è ricercato e richiamato a Roma.
1447 Nicolò V nuovo
Papa, richiede la sua collaborazione, ma nel 1453 Poggio lascia definitivamente
Roma e accetta l’incarico di Cancelliere della Repubblica fiorentina.
Muore nel 1459,
sepolto in S. Croce a Firenze.
Opere:
Epistolae, pubblicate tra il 1832 e il 1861, a c. di Tommaso
de Tonelli, (ora a c. di H. Hart, Lettere,
Firenze Olschki 1984-87, voll. 3, a c. dell'Istituto nazionale di studi sul
Rinascimento. Edizione critica a c. di H. Harth (Vol. I: Lettere a Niccolò
Niccoli. Vol. II: Epistolarum familiarium libri. Vol. III: Epistolarum
familiarum).
Dialogi:
-
De infelictate principum (1440):
la fortuna travolge anche i grandi della terra;
-
De nobiltate (1440);
-
Contra hypocritas (1447-1448), in cui si scaglia contro i
cattivi monaci, parassiti e improduttivi;
-
De varietate fortunae (1448), indirizzato a papa Nicolò V;
estremamente significativa l’epistola del I libro sulle miserrime condizioni di
Roma;
-
De miseria humane conditionis (1453);
Facetiae (1452);
Historia
florentini populi dal 1350 alla pace di Lodi del
1454, postuma: di stampo ormai prettamente umanistico, circoscritta nel tempo,
basata su documenti, stretta ad interessi vitali della città di Firenze, il
modello della storiografia medievale rimane lontano.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
P. Bracciolini, Epistolae, pubblicate tra il 1832 e il 1861, a
c. di Tommaso de Tonelli, (ora a c. di H. Hart, Lettere, Firenze 1984-87, voll. 3, a c. dell'Istituto nazionale di
studi sul Rinascimento. Edizione critica a c. di H. Harth (Vol. I: Lettere a
Niccolò Niccoli. Vol. II: Epistolarum familiarium libri. Vol. III: Epistolarum
familiarium libri);
V.
Rossi, op. cit., pp. 33-37;
AA.VV., Poggio Bracciolini, 1380‑1980 ‑
Nel sesto centenario della nascita,
Firenze, Sansoni 1982;
AA.VV., Letteratura Italiana, a c. di A. Asor Rosa, Gli
autori, pp. 353-354.
Tra
gli Umanisti forte è anche il fascino esercitato dalle Epistolae di san Paolo e dai pensieri di Agostino – le Confessioni in
particolare - che divengono il fondamento della “pia philosophia” che punta
alla lettura “in presa diretta” del Nuovo Testamento, lontana ormai dai sillogismi
della teologia scolastica.
Vive
in questa nuova filosofia cristiana la profonda convinzione di una non contraddicibile
sinergia tra la virtù degli antichi e l’insegnamento evangelico dell’amore
che è carità, e nella consapevolezza di essere l’uomo “filius Dei” il pensiero
degli Umanisti pone il massimo della sua dignità (vd. Pico della Mirandola,
De hominis dignitate (vd. Pico
della Mirandola, Discorso
sulla dignità dell’uomo, a c. di F. Bausi, Milano-Parma, Fond. Pietro Bembo/Guanda 2002; o a c. di
S. Marchignoli, in P.C. Bori,
Pluralità delle vie. Alle origini del “Discorso” sulla dignità umana di
Pico della Mirandola, Milano, Feltrinelli 2000); per una intelligente lettura ed esposizione del pensiero degli umanisti
vd. C. Vasoli, II mondo antico nella cultura degli Umanisti,
in La Storia. I grandi problemi Medioevo
all’Età moderna, Torino, UTET 1988, vol. I, to. 1, pp. 793‑826;
E. Garin, L’Umanesimo
italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento, Bari, Editori Laterza
1990).
Assieme
a questa orgogliosa asserzione della propria dignità di matrice divina si
pone il problema morale di come si debba vivere. Lo stesso elogio degli studia
humanitatis comporta un nuovo modo di confrontarsi con le grandi lezioni
filosofiche e religiose del passato, dalle quali si trae forza e argomento
per rinnovare l’immagine dell'uomo, ed il suo stesso atteggiamento nei confronti
di UNA REALTÀ SEMPRE MENO
RIDUCIBILE A UN SISTEMA DI DOGMI
(vd. F. Cardini–C. Vasoli, L’età dell’Umanesimo, pp. 45-159).
Questo
credo è in tutti gli Umanisti da Salutati (in particolare si vedano di C.
Salutati, De saeculo et religione,
a c. di B.L. Ullman, Firenze, Olschki 1957 e l’Epistolario, a c. di F. Novati, Roma, Ist. Storico It. del Medio Evo,
5) al Bruni, Giannozzo Manetti, Poggio Bracciolini (significativi del pensiero
di Poggio, innovatore rispetto alle posizioni medievali, sono i dialoghi P.
Bracciolini, Dialogus adversus Hypocrisim,
in Opera omnia, rist. a c. di E.
Fubini, Torino, Bottega d'Erasmo 1966; De avaritia, contro chi non vuole spendere, e
dunque non produce ricchezza né dinamismo economico, è una condanna che investe
un abito mentale che si ritiene superato perché poco aperto agli stimoli che
la vita sociale necessariamente impone), Lorenzo Valla (Lorenzo Valla nel
De voluptate afferma chiaramente che tutte
le arti umane, che tendono “a soddisfare i bisogni necessari a rendere la
vita ornata ed elegante”, sono il frutto del desiderio ‑ naturale e
razionale – del piacere, che è insito nell’uomo; e perciò, condannando l’arcigna
disciplina degli Stoici che si pone contro la natura stessa dell’uomo. La
“voluptas” è la forza necessaria, la “gioia” che Dio ha posto nell’ordine
delle cose, terreno, e sovrannaturale).
Nella prima metà del Quattrocento si contrappone al modello tipicamente medievale della virtù monastica, dell’“otium” religioso e all’esaltazione della vita solitaria come esempio di santità, il VALORE DELL’OPEROSITÀ DELLA VITA ATTIVA, NUOVA, DINAMICA FORMA DI CELEBRAZIONE DELL’INDIVIDUO, si arriva ad attaccare l’ipocrisia e la falsità dei monaci, “rozzi, ipocriti, parassiti che vanno in giro dando la caccia al cibo, senza faticare e senza lavorare in nome della religione, predicando ad altri la povertà e il disprezzoo dei beni”, CONTRO LA VANTATA SUPERIORITÀ DELL'ASCETISMO CHE GUARDA CON DIFFIDENZA ALL’ESERCIZIO DELLE LETTERE E DELLE ARTI, STRUMENTI DEL RITORNO AGLI DEI FALSI E BUGIARDI, SI CONTRAPPONE LO SPLENDORE DELLE CITTÀ DEGLI UOMINI, DEI SUOI PALAZZI, DEL NITORE DEL NUOVO ASSETTO URBANISTICO, DELLA DOTTA RAFFINATEZZA DEI SUOI MONUMENTI (immagini 15, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44, 45).
Il desiderio di ricchezza
è sentito come giusto e naturale; la “masserizia” perseguita da L. B. ALBERTI nei Libri della famiglia
è un valore che si sostanzia nella prosperità materiale della casa e, assieme,
persegue il frutto anche nell’educazione dei figli, in una sostanziale osmosi
di forze legate alla concreta prosperità della famiglia ed al valore dell’educazione,
che è – sull’esempio degli antichi – non solo culturale, ma etico e civile.
La grandezza dell’uomo è
conseguenza del suo essere figlio di Dio. Giannozzo MANETTI (Firenze 1396-1459) nel De dignitate et excellentia hominis esalta
la centralità cosmica dell’uomo, punto focale di tutta la realtà, nesso tra
le “regioni” inferiori del mondo fisico e 1’eterna sapienza divina, così Pico
della Mirandola nel secondo Quattrocento ribadisce l’esaltazione della grandezza
dell’uomo perché figlio di Dio:
“stabilì l’Ottimo Artefice che all’uomo fosse comune tutto ciò che aveva dato
ai singoli animali”; l’uomo è creatura di Dio, ma di natura indefinita; è
posto al centro dell’Universo, libero di agire – perché, a questo, Dio lo
invita - secondo il proprio arbitrio, artefice del proprio destino, e signore
nell’Universo. La dignità dell’uomo non è più soltanto di carattere etico
ma assume una dimensione ontologica.
Il Salutati amava ripetere: “Juvat vivere” (ci
piace vivere), ed anche “Ego de terra, lex vero de mente divina” (io son fatto
di terra, le regole vengono dalla mente di Dio) (vd. in E. Garin, L’Umanesimo italiano, Bari, G. Laterza 1990, pp. 35-42) affermando
che moglie, amici, buona tavola e ricchezza sono le cose che rendono la vita
migliore. Questo alla fine del Trecento, in contrasto con il pensiero imperante
all’epoca, ancora molto legato alla concezione medievale che si può incontrare,
in Jacopone da Todi, per il quale il corpo è sede del peccato, della concupiscenza
che allontana da Dio, e per questo è necessario punire e negare al corpo ogni
piacevolezza materiale.
Collegata alla nuova impostazione etico-filosofica
è il pensiero degli epicurei rimesso in circolazione e ripreso grazie alla
scoperta nel monastero di San Gallo in Svizzera del De rerum natura di Lucrezio ad opera del
Bracciolini, che è l’esposizione in poesia del pensiero epicureo espresso
nella Lettera sulla felicità di
Epicuro, e viene a costituire uno dei punti nodali nell’evolzione del pensiero
degli umanisti per l’asserito diritto dell’uomo a perseguire la felicità.
Leggiamo (Epicuro,
Lettera sulla felicità, a c. di
G. Arrighetti, Torino 1973, poi in Millelire, Stampa alternativa, 1992):
O
Meneceo, mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. (122)
L’uomo
deve vivere liberato dalla paura del male e della morte:
[…]
abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento
che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire e la morte non è che
la sua assenza […]. (124)
nella
consapevolezza che non tutti i desideri sono da reprimere:
per
quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili,
e fra i naturali solo aqlcuni quelli proprio necessari, […] fra i necessari
certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri
per la stessa vita. (128)
nella
necessaria armonia tra corpo e anima:
Una
ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere
del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito
della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di
allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. […] Per questo noi riteniamo il
piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto
bene primo e a noi congenito. (128-129)
Ma NON OGNI TIPO DI PIACERE è da perseguire:
[Il piacere] è bene primario e naturale per
noi, per questo NON scegliamo ogni piacere […]. Quando dunque diciamo che
il bene è un piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come
credono coloro che ignorano il nostro pensiero o lo avversano [...] ma quanto
aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. (131)
Dunque il pensiero di Epicuro e dei suoi seguaci viene inquadrato
nella giusta luce di una ricerca di equilibrio ed armonia, non come una filosofia
di vita semplicisticamente immanente e godereccia, perché:
[…] il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto […].
Di tutto questo principio e bene supremo è l’intelligenza delle cose […].
Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente,
bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché
le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili. (132)
È
pertanto fortemente affermato il valore del piacere, ed insieme, la
grande risorsa del giudizio umano, libero e autonomo da falsi condizionamenti
e astruse paure:
La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece
il nostro
arbitrio è libero. (133)
Il libero arbitrio è l’asse portante della filosofia umanistica,
di cui diremo più dettagliatamente nel cap. dedicato a Lorenzo Valla.
L’ESERCIZIO
DELLA FILOLOGIA era considerato un veicolo per conoscere
la realtà, PONTE VERSO LA CONOSCENZA.
La restitutio
textuum era operazione necessaria per riappropriarsi dei testi degli “auctores”,
e con questi essere in grado di studiare i generi letterari, la poesia, la
filosofia, i costumi degli antichi.
QUESTO È L’OGGETTO DELLE RICERCHE DEGLI UMANISTI.
Bracciolini,
filologo-scopritore, rappresenta il metodo “empirico”, è attratto più dall’avventura
della scoperta che dalla disciplina necessaria per arrivare alla “restitutio
textuum”, tuttavia B. è importante come figura tipica del “segugio” dei
testi antichi, tanto generoso quanto poco scientifico. B. non faceva attenzione
alla più corretta soluzione filologica, alla giusta lezione, suo precipuo
fine era il recupero del testo in sé.
Senza dubbio, alcuni dei testi di cui con entusiasmo
Bracciolini vanta il ritrovamento erano conosciuti nel Medioevo, come il lucreziano
De rerum, le Silvae di Stazio, le Insititutiones oratoriae di Quintiliano
di cui Nicolas de Clamanges, amico di Salutati, possedeva già un codice completo.
Quello che è veramente nuovo È IL SENSO DELL’INCONTRO CON L’AUTORE ANTICO, DIREMMO IL PIACERE, SENZA
LA PAURA DI INCORRERE IN CENSURE, CONDANNE, DIVIETI. Per questo c’è il gusto di comunicare agli amici e a quanti
si interessano di quel mondo le novità reperite nel cuore d’Europa, in mss.
di derivazione carolingia (nel V sec. San Colombano, monaco irlandese, aveva
trasferito in Irlanda i testi dell’antichità, salvandoli da probabile disfacimento
totale. Carlo Magno, intuendo che non poteva esistere un potere forte se non
basato su una cultura forte, sullo studio dei testi antichi, chiamò Alcuino
come suo fiduciario, gestore dell’aspetto culturale, e proprio il monaco irlandese
promosse un recupero dei testi negli scriptoria imperiali e li diffuse
con l’introduzione di un nuovo tipo di scrittura, la “littera carolina” che
verrà poi ripresa dal più grande editore del Rinascimento, Aldo Manuzio, vd.
il sito di Istituzioni di filologia medievale e umanistica del prof. G.C. Alessio
http://lettere2.unive.it/alessio), e di mettersi in
gara per verificare il proprio fiuto di scopritori, che in tal modo venivano
a dar vita ad un nuovo tipo di biblioteche, non più incentrate sulla tradizione
dei testi sacri e dei padri della chiesa, ma aperte in modo particolare al
gran vento del pensiero e della letteratura greca e latina. Si formano in
tal modo biblioteche private e pubbliche che di continuo venivano arricchite
da nuove copie emendate e collazionate con gli “ultimi arrivi”. È una gara
per essere sempre “up to date” quella che si instaura tra gli intellettuali
del primo Quattrocento, sempre sul filo di un aggiornamento vigile, curioso,
geloso quello che anima il confronto tra gli Umanisti.
L’altra
faccia della filologia la si trova in Lorenzo Valla (1407-1457), personalità
controcorrente e astiosa ma di acutissimo ingegno.
LORENZO
VALLA piacentino (1407-1457).
BATTAGLIERO NERVOSO
VIOLENTO INTELLIGENTE SISTEMATICO.
Nasce a Roma nel
1407, di famiglia piacentina.
Maestri: Giovanni
Aurispa e Ranuccio da Castiglion Fiorentino.
TEMPERAMENTO NERVOSO
E VIOLENTO.
Ama Quintiliano Institutiones Oratoriae e scrive
un’opera in cui conduce un paragone tra Quintiliano e Cicerone, il De comparatione Ciceronis Quintilianique,
perduto, in cui sosteneva, contro l’opinione comune, che Quintiliano è
superiore a Cicerone.
FILOLOGO E FILOSOFO,
NON SI ACCONTENTA DELLA SCUOLA, MA SI FORMA UNA SUA PERSONALE CULTURA E IDEA,
SPESSO CONTROCORRENTE.
Spera, INUTILMENTE,
di entrare in Curia. Poggio e Loschi gli fanno guerra, non trovando appoggi lascia Roma (1429) e accetta l’invito del duca
di Milano per insegnare eloquenza nello Studio di Pavia (1430-33) primario
centro culturale del dominio visconteo. Proprio a Pavia in quegli anni
insegnava il Panormita, successivamente chiamato alla corte napoletana; dai loro incontri
nasce il dialogo De Voluptate che ha
come interlocutori: Bruni, Panormita, Niccoli.
GLI INTERVENTI DI
LEONARDO BRUNI SONO IMPRONTATI ALLO STOICISMO, contro ogni abiezione morale,
mentre il PANORMITA DIFENDE IL VALORE DEL PIACERE.
L’ONESTÀ, PER
PANORMITA, È UN BENE VANO, VALE LA DOTTRINA DI EPICURO, IL BENE È IL FINE
ULTIMO DELLA VITA.
NICCOLI COMPONE IL
DISSIDIO: i cristiani hanno visto giusto perché hanno visto nel SOMMO BENE =
DIO IL FINE VERO DI OGNI ESISTENZA.
Il Panormita che in
un primo momento aveva accettato di sostenere la parte dell’epicureo, cambia
idea, il Valla è dunque costretto a rielaborare l’opera nel ’33, e cambia il
titolo: De vero falsoque bono, e gli
interlocutori.
In luogo del
Beccadelli mette Maffeo Vegio, il Bruni è sostituito da Catone Sacco, il
Niccoli da Antonio da Rho.
1433 va a Ferrara per
incontrare GUARINO VERONESE.
1435 viene ASSUNTO DA
ALFONSO D’ARAGONA, il “re del libro”, delle collezioni numismatiche, delle
letture in faccia a Capri e al Vesuvio, BUON PERIODO, FECONDO, ANCHE SE
FUNESTATO DA INVIDIE E RIVALITÀ.
1439 De libero arbitrio, dialogo tra Lorenzo
Valla e Antonio Glarea. Anche Coluccio Salutati nel De fato et fortuna aveva detto di condannare la presunzione della
creatura che vuole sondare i misteri della sapienza e della scienza di Dio, ed
il Valla conclude la sua opera con la medesima esclamazione. Nella storia di
Sesto Tarquinio egli separa due attributi fondamentali di Dio: LA PRESCIENZA (in Apollo), E LA VOLONTÀ MISTERIOSA (in Giove),
qualità CHE CONVIVONO IN DIO SENZA
INFICIARE il LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO.
È contro i filosofi che
non possono aiutarci nella teologia, a loro accade come ai giganti che volendo
dare la scalata al cielo furono precipitati (vd. PETRARCA, “pia philosophia”).
Valla è convinto che SOLO L’UMILTÀ E LA FEDE
POSSONO RISCATTARE L’UOMO.
1440 Dialecticae disputationes in tre libri, CONTRO L’ARISTOTELISMO, canzona
Aristotele perché disse l’anima fatta di 2 parti: razionale e irrazionale. Vale
essenzialmente per il coraggio di andare controcorrente affrontando Aristotele.
1440 Elegantiae
Latinae Linguae, dedicate a Tortelli, bibliotecario apostolico, fu
l’opera di tutta la sua vita, nel 1444 l’opera ebbe l’ultima risistemazione.
-
SI PROPONE DI RESTAURARE LA
LINGUA LATINA, che ora non più con le armi, ma CON I BENEFICI E CON
L’AMORE È DIVENUTA LA PIÙ PURA GLORIA DEI ROMANI (vedi BIONDO per la parallela valutazione del ruolo di ROMA);
-
RIPUDIA I GRAMMATICI MEDIEVALI, ANCHE SERVIO, DONATO
E PRISCIANO - la triade classica - vuol verificare direttamente la correttezza
controllandola sui grandi autori classici;
-
L’ultimo libro per definire l’esatto significato di alcune parole
latine (vd. POLIZIANO, Panepistemon;
L. B. ALBERTI, De re aedificatoria).
Antonio da Rho lo
attacca.
TRADUCE DAL GRECO:
ESOPO, SENOFONTE, OMERO.
COMPONE:
-
De falso credita et ementita
donatione Costantini, contro
Eugenio IV, alleato di Renato d’Angiò (contro Alfonso d’Aragona
per il dominio sul regno di Napoli). L’opera è condotta CON L’AIUTO DELLA
FILOLOGIA, e di vaste conoscenze storiche per contestare il potere temporale
dei Papi;
-
De professione religiosorum: ACCUSATO DI SCARSA
ORTODOSSIA, scrive un’Apologia a
Eugenio IV;
-
Emendationes sex librorum T. Livii de secundo bello
punico. FRUTTO DEI SUOI STUDI SU TITO
LIVIO E SEGNO EVIDENTE DELLA FORTNA DI LIVIO NELL’UMANESIMO (Utile per una conoscenza approfondita della fortuna di
Livio nell’Umanesimo: G. Billanovich-M. Ferrara-P. Sambin, Per la fortuna
di Tito Livio nel Rinascimento italiano, “Italia Medievale e Umanistica”,
1958, pp. 245-281.
Alfonso d’Aragona
faceva riemergere il regno di Napoli dal caos, lo riunificava alla Sicilia, e
vi rianimava la cultura e le lettere, che dopo la morte di Roberto d’Angiò
erano in ribasso.
Alfonso riunì attorno
a sé‚ dotti cancellieri e cortigiani, intellettuali anche forestieri - è il
caso del Valla – per l’“ora del libro” (Pontano, Opera omnia soluta oratione composita,
Venezia 1518, I, 89 e 143). Uno dei temi forti
di quegli incontri era la lettura ed il commento testuale di Livio, condotta
dal letterato egemone alla corte di allora, il Panormita, che scelse la II
decade; presto questi interventi emendatori si trasformarono in una gara tra il
Panormita ed il Valla. IL Valla riesce a dimostrare le inesattezze e la
caparbietà del Panormita (in Emend.
IV, 16 e 26, e in III, 18).
Si innesca così una
acre, astiosa querelle tra i due umanisti che sfociò in una disputa a
più voci che coinvolse Bartolomeo Facio, spezzino agli stipendi di re Alfonso
con la carica di storiografo ufficiale, Giacomo Curlo, e con il genovese
Antonio Cassarino, che da Genova inviava le sue proposte emendatorie (per maggiori dettagli vd. G. Billanovich-M. Ferrara-P.
Sambin, Per la fortuna di Tito Livio, cit., pp. 251-253).
ATTORNO ALL’OPERA
DELLO STORICO LATINO SI SVOLSE IL NUOVO DIBATTITO FILOLOGICO DELL’UMANESIMO.
Durante la sosta a Firenze
di Eugenio IV, gli umanisti romani con Prospero Colonna, verso il 1435,
iniziarono ad emendare il testo di Livio.
Pochi anni dopo la
stessa iniziativa si avvia alla corte di re Alfonso, sopratutto dopo che Cosimo
de’ Medici regalò ad Alfonso uno splendido cod. di Livio.
Le Emendationes in T. Livium di LORENZO
VALLA probabilmente concludono un percorso che ha messo assieme testimoni
illustri:
1. il Livio del card.
Prospero Colonna;
2. il Livio, dono di
Cosimo ad Alfonso, su cui si basarono le emendationes del Valla;
3. una serie di codici deteriores,
usati dai grammatici;
4. i Livi postillati dal
Panormita e dai suoi amici.
Il Valla si mostra un
vero genio, poeta oltre che filologo attento.
Egli descrisse i 2
codd.(Colonna e Alfonso d’Aragona) nelle Emendationes.
Dunque il Valla,
descrivendo il Livio del card. Colonna,
dice che il Colonna aveva invitato Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Cinico
Rustici, Poggio Bracciolini, Biondo Flavio e altri ancora a considerare il
cod., e fece apporre nel suo codice le correzioni che quelli avevano proposto;
invitò anche il Valla a segnarvene alcune.
Per quanto riguarda
il cod. di re Alfonso, il “Codex Regius”, fu probabilmente donato
da Cosimo de’ Medici, per ingraziarsi Alfonso, un anno dopo la vittoria del re
aragonese su Renato d’Angiò (1444). Ma il testo del cod. donato non era
perfetto, per questo il Valla, presente a Napoli su invito del re, si accinge
alle Emendationes, tra la fine del
1446 ed i primi del ’47, e divulga il testo in un’unica redazione, mentre i
dotti della cancelleria regia lavoravano già da due anni ad emendare il codice.
Per quanto
indisponente e strasicuro di sé il Valla mette in opera l’unico metodo
corretto, infatti egli può essere considerato L’INIZIATORE DI UNA FILOLOGIA INTESA COME SCIENZA RIGOROSA.
1445 Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae, dedicata
e su commissione di Alfonso d’Aragona,
tratta di 7 anni 1410-16.
Gli studiosi
napoletani sono invidiosi: Panormita e Bartolomeo Facio gli fanno guerra.
Nel 1446 va a Roma
per rivedere la madre, l’ambiente di papa Eugenio IV non gli è favorevole (vd. De falso credita, cit.), torna a
Napoli ma quando viene eletto Nicolò V,
Valla lascia Napoli e nel 1448 si
stabilisce a Roma.
Per papa Nicolò V:
-
In novum Testamentum adnotationes, anticipando la filologia biblica
di Erasmo(vd. ERASMO);
-
traduce Tucidide, Erodoto.
Con papa Callisto III entra come Segretario apostolico.
Attorno al ’50 De
mysterio Eucharistiae, Encomium s. Thomae Aquinatis.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
L. VALLA, Opera omnia, a c. di E. Garin,
Torino, Bottega d’Erasmo 1962, voll. 2;
L. VALLA in Prosatori latini del Quattrocento, a c. di E. Garin, Milano-Napoli, Ricciardi editore 1952, La letteratura italiana, storia e testi, vol. 13;
G. Mancini, Vita di Lorenzo Valla,
Firenze, Sansoni 1891;
R. Sabbadini, Cronologia della vita del Panormita e del Valla, Firenze, Le Monnier 1891;
Lorenzo Valla e l’umanesimo italiano, a c. di O. Besomi e M.
Regoliosi, Padova, Antenore 1984;
Valla Lorenzo, in Dizionario bio-bibliografico della letteratura italiana, Torino, Einaudi 1991, voll. 2, II, pp. 1775-1777
G. Billanovich-M. Ferrara-P. Sambin,
Per la fortuna di Tito Livio nel Rinascimento italiano, “Italia
Medievale e Umanistica”, 1958, pp. 245-281.
È
Lorenzo Valla che fissa i cardini della filologia moderna. Come abbiamo visto,
il suo spirito critico lo porta spesso a conclusioni diverse rispetto a quelle
di altri umanisti. Innanzitutto, contro la critica prevalente, afferma come
modello di scrittura in prosa la superiorità di Quintiliano su Cicerone.
I
fondamenti del suo rigoroso metodo filologico vengono esposti nelle sue due
maggiori opere, le Emendationes in Titum
Livium e le Elegantie latinae linguae,
dedicate al Tortelli (bibliotecario apostolico).
Il
problema del Valla è quello di restaurare la lingua latina con una profonda
riflessione sui problemi sintattici e grammaticali. A questo proposito egli
respinge la triade medievale di Servio, Donato e Prisciano, in particolare
i primi due (commentatori di Virgilio), considerati autori canonici. Per Valla
anche questi dovevano passare ad una severa indagine critica. La piena autorità
non è del grammatico, ma del testo stesso, solo però se questo è stato vagliato,
collazionato, criticamente verificato su una precisa tradizione manoscritta.
Per Lorenzo Valla un umanista che voglia essere filologo deve conoscere l’usus
scribendi, la sensibilità linguistica degli autori
antichi che si appresta ad emendare. La registrazione delle occorrenze è operazione
primaria e segno della NECESSITÀ DI
USARE UN LATINO VERIFICATO SUI TESTI CLASSICI, basato su una TRADIZIONE VAGLIATA CRITICAMENTE.
La
filologia del Valla consiste nello scardinare il mondo alla luce della scientificità.
Il testo deve essere decostruito, come avviene per la cosiddetta donazione
di Costantino (nel De falso credita
et ementita donatione Constantini), che solo qualora avesse resistito
ad una stretta analisi filologica sui canoni linguistici in uso ai tempi di
Costantino, avrebbe potuto essere considerata effettivamente autentica. Il
che non fu.
È
dunque la sua filologia già una scienza, un muoversi alla ricerca della Verità.
Le
Emendationes in T. Livium, opera di fondamentale rilievo per
il costituirsi di un nuovo metodo critico, sono frutto di animate discussioni
e brucianti confronti tra il metodo della restitutio
textuum di Valla e quello degli umanisti napoletani (vd. VALLA). A Napoli
il Valla, osservando il codice emendato di Livio, diede inizio ad una serie
di invettive scagliate contro la grossolanità con cui si era condotto il Panormita,
che aveva apportato le sue correzioni direttamente sul codice liviano, abradendo
i lemmi che non lo persuadevano, e contro l’imperizia di Bartolomeo Facio,
ed, in generale e contro tutta la scuola degli appartenenti dell’Accademia
Antoniana (denominazione desunta dal nome di Antonio Beccadelli (detto il
Panormita, perché di origine siciliana).
Il
metodo del Valla sta in questo (vd.
il sito di Istituzioni di filologia medievale e umanistica del prof. G.C. Alessio
http://lettere2.unive.it/alessio): nel momento in cui contesta, promuove sempre
il confronto tra i codici, capisce che una lezione per essere considerata
buona deve trovare una conferma certa almeno in una tradizione manoscritta;
non ci si può basare solo su una ricostruzione ope
ingenii, ma ci si deve valere del confronto tra testimoni affidabili (collatio), solo dopo aver dato sicura testimonianza
dell’usus scribendi dell’autore si può intervenire
con la ricostruzione ope ingenii.
Il metodo filologico del Valla era basato su un profondo esercizio di letture
intertestuali, su una buona conoscenza dei testi e dell’autore.
Le
Elegantie latinae linguae, sono
l’opera di tutta la vita di Valla filologo e fissano i canoni del nuovo indirizzo
della filologia moderna.
L’opera
ha una parte destruens nei primi
tre libri, nei quali tratta problemi di carattere sintattico grammaticale,
nei quali Valla dimostra, a differenza dei grandi maestri medievali, che la
conoscenza del testo si ottiene attraverso la consultazione diretta delle
opere degli autori stessi, e per convalidare la sensatezza della sua proposta
porta a conforto citazioni dirette da Cicerone e Quintiliano.
Il
quarto e il quinto libro contengono un vocabolario dei sinonimi e dei contrari;
questo attesta un uso ormai scaltrito del lessico latino e la volontà di offrire
agli scrittori uno strumento – la lingua latina esemplata sui classici – che
fosse duttile ad ogni esigenza espressiva.
Nel
sesto libro si trova una sorta di dizionario della lingua latina, in cui vengono
spiegati i lemmi il cui significato non era chiaro. Il metodo verrà ripreso
ampiamente dagli umanisti, dal Poliziano del Panepistemon (ed. princeps di tutte le opere latine del Poliziano:
Venezia, Aldo Manuzio, 1498) o da L.B. Alberti nella catalogazione lessicale
del De re aedificatoria (ed.
princeps: Firenze, Niccolò di
Lorenzo Alamani, 1486), ed ancora
l’attenzione allo studio delle parole attestata nella Cornucopia del Perotti (ed. princeps: Venezia, Paganino Paganini
1489), ed in particolare in ambito napoletano, in cui Juniano Maio (Juniano Maio, attivo a Napoli (1430-1493),
maestro di Sannazaro e intenditore di astrologia compone il De priscorum proprietate verborum, ed. princeps: Napoli, Mattia Moravo 1475,
uno dei primi dizionari compilato in Italia, per cui si valse del Lexicon Latinum del suo maestro Antonio
Calcillo, del Valla e di Giovanni Tortelli, l’opera venne negli anni ’80 del
’400 edita a Treviso (vd. Letteratura
italiana. Gli autori, I, pp. 1110-1111). Il Pontano stesso in più occasioni,
nei suoi dialoghi, si pone questioni grammaticali, sintattiche e lessicali,
così come il Sannazaro, che nella ben nota e citata lettera ad Antonio Seripando
(pubblicata a c. di C. Fantazzi-A.
Perosa in J. Sannazaro, De
partu Virginis, Firenze, Olschki 1988, pp. 95-108) dirà chiaramente come
non ci sia parola del De partu Virginis,
l’opera della maturità, che non sia stata controllata e verificata sui buoni
autori latini) elabora un vero e proprio
dizionario della lingua latina, il De priscorum proprietate verborum (ed. princeps: Napoli, Mattia Moravo 1475), uno dei primi dizionari
compilato in Italia.
Il
dominio del Valla spazia dal campo filologico a quello filosofico; ed in particolare
si sviluppa negli studi su stoicismo ed epicureismo, di cui dà testimonianza
nel De Voluptate (1431) (vd. VALLA) mettendo a confronto
tre teorie secondo l’impostazione tesi-antitesi-sintesi: il pensiero degli
stoici viene esposto da Leonardo Bruni (nel mondo vale solo la moralità),
il Panormita rappresenta il pensiero epicureo (la vita è un dono e l’uomo
ha diritto di goderlo), mentre Niccolò Niccoli espone il pensiero cristiano
(che si pone quale sintesi delle due tesi opposte), come già nella spiritualità
di san Bonaventura, la dottrina cristiana contiene tutte le indicazioni che
possono rendere l’uomo felice: solo in Dio è la vera felicità e l’uomo deve
essere contento di questo senza fare eccessive elucubrazioni.
Già
Petrarca aveva espresso il concetto di una “pia philosophia”, cioè di una
religiosità fatta di pietà più che di speculazioni teologiche, a portata dell’uomo,
centrata sul dialogo - possibile - tra l’uomo e Dio padre, entità massima
e misericordiosa.
Il
De voluptate scatena polemiche,
il Panormita non accetta di essere etichettato come epicureo, il Valla è costretto
a mutare il suo dialogo, ripubblicandolo a Milano nel 1433 modificato e con
il titolo De vero falsoque bono:
gli interlocutori cambiano, ma non l’insegnamento dell’opera, che si conclude
con l’invito a guardare sempre verso l’insegnamento religioso.
Dopo
le Elegantiae del Valla la lingua
latina assume una rigidezza normativa che la porterà via via alla stasi. Il
rigore del Valla fa sì che prevalga la regola; il latino non è più una lingua
di creazione come ancora era per il Bracciolini, il cui epistolario è tanto
pittoresco e vivace quanto sgrammaticato, o per Pontano, il cui latino ha
un colorito chiaramente partenopeo.
Ormai
artisti e letterati avevano capito che il latino così normalizzato era una
lingua nella quale non si poteva più creare.
A
Firenze il 22 ottobre 1441 L.B. ALBERTI aveva istituito il Certame Coronario per verificare
la pari validità di latino e volgare in campo poetico.
Il Certame Coronario fu una gara poetica in volgare sul tema
dell’amicizia organizzata da L.B. Alberti, finanziata da Piero de’ Medici = VIRATA VERSO IL VOLGARE, svoltasi in S. Maria del Fiore alla presenza dei prelati della Curia
di Eugenio IV, di autorità e del popolo. Molti i partecipanti, nessuno il
vincitore. La gara fu fortemente ostacolata dagli Umanisti latini; non ebbe in
tal modo seguito la seconda proposta di indire una gara sul tema dell’invidia,
il Certame valse comunque come affermata volontà di recuperare al
volgare anche l’ambito della poesia (vd. G. Gorni,
Storia del Certame Coronario,
“Rinascimento”, serie II, XII, 1972, pp. 135-181; Letteratura Italiana - Gli autori, I, 529-530).
Il Poliziano più tardi dimostrerà posizioni
opposte a quelle del Valla, affermando che la scrittura dei poeti è sì un
imitare, ma nel senso di cogliere il miglior nettare dagli autori antichi,
sia dell’età aurea che del periodo argenteo, per farne un bello stile personale,
allo stesso modo delle api che, raccogliendo il nettare dei migliori fiori,
producono il miele. Al proposito vd.
la polemica con Paolo Cortese (Roma 1465-S. Gimignano 1510), in cui Poliziano
afferma che non va bene imitare scimmiescamente Cicerone, perché lo stile
deve scaturire spontaneo dalla lunga fermentazione di un profonda erudizione
e da un’ampia lettura di autori i più vari, e dal continuo confronto con questi,
mentre Paolo Cortese dice di voler essere figlio e non scimmia di Cicerone,
ma ritiene necessario seguire un autore unico, e quello imitare.
Questa è la medesima posizione espressa dal
Sannazaro, nella lettera al Seripando.
L’applicazione
del metodo filologico del Valla porta ad una rivisitazione totale, non solo
della tradizione classica, ma anche della tradizione ebraico-cristiana.
Così
come aveva fatto per Tito Livio, con lo stesso metodo critico, il Valla conduce
una lettura del Nuovo Testamento nelle
In Novum Testamentum adnotationes, che, anticipando la filologia biblica di Erasmo, aprono la via a quel filone che attraverso Erasmo
da Rotterdam giungerà a Lutero.
Desiderio Erasmo (Rotterdam 1466/69-Basel 1536), figlio illegittimo di un prete, forse (immagini 46, 47).
1483-84 perde
entrambi i genitori, nel 1488 entra in un convento
di Agostiniani a Steyn, dove nella ricca biblioteca conosce le Elegantiae
del Valla OPERA PER LUI FORMATIVA.
1492 E. ordinato
sacerdote.
Ottiene l’incarico di
Segretario del vescovo di Cambrai, con lui spera di andare a Roma perché il suo
padrone vorrebbe diventare cardinale, così non è, comunque E. può viaggiare
molto e lavorare. Termina gli Antibarbari.
1495 va a studiare a
Parigi come studente povero nel Collegio de Montaigu. Lì incontra Lefèvre
d’Etaples, umanista, e Robert Gaugin che per primo lo introduce nell’ambiente
degli intellettuali. La sua vita è molto dura, si ammala e torna a Cambrai e
poi in Olanda.
1496 torna a Parigi e
si mantiene dando lezioni private > inizia la produzione di manuali e di
colloqui utili allo scopo.
1499 torna in Olanda,
viene criticato per la vita parigina leggera, nel maggio invitato da un suo
allievo a Greenwich in Inghilterra.
Bella vita, conosce
Thomas Moore (immagine
48), John Colet teologo platonizzante, a Londra conosce gli
umanisti inglesi che erano venuti in Italia a studiare greco e latino.
Colet e Moore lo iniziano al platonismo, capisce di dover imparare il greco.
1500 I edizione
parigina degli Adagia (800
proverbi che Aldo Manuzio pubblicherà nel 1508 molto ampliati, quasi 3300), studia il greco.
1503 pubblica ad
Anversa l’Enchiridion militis Christiani = Manuale del milite cristiano,
polemico contro chi considera la religione solo una mera celebrazione di riti.
Vangelo e Imitazione
di Cristo sono le guide.
1504 FONDAMENTALE: trova presso Lovanio il ms. con le Adnotationes di Valla al Nuovo
Testamento, nate dal cfr. con il testo greco: INFLUENZA SULL’OPERA DI
FILOLOGO NEOTESTAMENTARIO DI E.
1505 pubblica a Parigi presso Ascensius Badius le Adnotationes del Valla, e ristampa gli Adagia.
Torna in Inghilterra,
si lega ancor più a Thomas Moore, ASSIEME
TRADUCONO LUCIANO.
Il medico di Enrico
VII, Battista Boerio, manda i suoi figli a studiare a Bologna e nomina Erasmo
responsabile dell’educazione dei figli.
1506-1509 VIAGGIO IN ITALIA:
In viaggio sosta a
Parigi per stampare la traduzione di LUCIANO condotta a termine con Moore.
Varcato il Cenisio
sosta a Torino per ricevere il dottorato in teologia.
1506 è a Bologna
quando vi entra, vincitore, Giulio II con grande pompa e feste.
1507 terminato l’impegno con i fratelli Boerio, va a
Venezia, dove può installarsi a casa di Aldo MANUZIO, incontra Marco Musuro, il
Crisolora, Giano Lascaris, Gerolamo Aleandro.
1508 pubblica gli Adagia
presso Aldo.
Si trasferisce a
Padova, e fa da precettore al figlio naturale del re di Scozia; da Padova, per
la guerra, va a Siena, Roma, Napoli.
1509 Lord Montjoy lo
invita a tornare in Inghilterra. Così lascia l’Italia e va in Inghilterra.
Durante il viaggio “per non perdere tempo” scrive l’Encomium Moriae.
1511 a Cambridge
insegna greco e teologia, scrive
contro Giulio II il Julius exclusus a
coelis.
Prepara l’edizione del testo greco del Nuovo
Testamento e di San Girolamo.
Entra in contatto con
l’editore Froben di Basel.
Nominato consigliere di Carlo V, nel 1516 compone la Institutio principis Christiani (vd. Il
Principe di Machiavelli, 1513 che ha impostazione opposta), e la Querela pacis, ma più importanti sono:
-
Novum Instrumentum, Basel, Froben 1516;
-
Novum Testamentum, Basel, Froben 1519.
PUNTI DI RIFERIMENTO
PRIMARI PER GLI STUDI CHE VERRANNO E PER LE BATTAGLIE RIFORMATRICI.
1516 ottiene la
dispensa dall’osservare vita sacerdotale.
1517 scoppia la
Protesta, E. è in difficile posizione di equilibrio tra Protestanti e
Cattolici. Per questo alla fine del 1521 lascia i Paesi Bassi e va a stare a
Basilea.
1524 De libero arbitrio, a cui Lutero
risponde con il De servo arbitrio,
ostilità dichiarata, cui E. risponde con un trattato Hyperaspistes diatribae adversus servum arbitrium Martini Lutheri.
1526-27 raccoglie di
nuovo i Colloquia e pubblica contro l’imitazione dei classici elevata
a potenza i Colloquia e il Ciceronianus.
1529 lascia Basel e
si stabilisce a Friburgo, cattolica.
Nel ’35 torna a
Basel, per seguire la stampa di alcune opere; il Papa gli offre un cappello
cardinalizio, E. rifiuta e si prepara a morire, muore nel luglio 1536.
(Dall’Introduzione a E., Elogio della follia, a c. di E. Garin, Milano, Serra e Riva 1984).
L’Elogio è “un
appello di carattere etico-religioso ben definito e una critica al malcostume
universitario ed ecclesiatico”, Elogio della pazzia, a c. di D.
Cantimori, Torino, Einaudi 1964, p. IX.
È la presa di
coscienza che:
1. LA FOLLIA È ELEMENTO
ESSENZIALE DELL’UOMO;
2. contro la DIGNITAS,
LA SAPIENTIA HOMINIS esaltate dall’Umanesimo.
LA FILOSOFIA
PLATONICA PORTA A MATURAZIONE L’IDEA DEL DOPPIO, DI COMPRESENZA BENE-MALE, STULTITIA-SAPIENTIA,
dunque l’Elogio si presenta come presa di coscienza IRONICA E
AUTOIRONICA di sé e delle infinite sfaccettature di quel prisma che è l’animo
umano.
IL TEMA
DELL’AMBIGUITÀ È GIÀ IN PLATONE (vd. I
SILENI DI ALCIBIADE del Symposion), Socrate, come un Sileno è brutto fuori, ma bello dentro.
SOCRATE È MODELLO
ANCHE PER QUESTO: PROCLAMAVA DI SAPERE SOLO UNA COSA: DI NON SAPERE NIENTE.
FACILE È IL PARALLELO
CON CRISTO, ANCHE CRISTO SI CELA IN UNA POVERA APPARENZA E CONTESTA I FALSI
VALORI DEL MONDO.
L’antecedente dell’Elogio
sono gli Adagia, grande enciclopedia del sapere classico, repertorio di
sentenze, riflessioni morali - 1326 sono quelli pubblicati da Aldo in
un’edizione memorabile, GRANDE MANUALE DELLE SCUOLE EUROPEE, PUNTO DI
RIFERIMENTO COSTANTE DEI COLTI DEL ’500, VENGONO CENSURATI DOPO IL CONCILIO DI
TRENTO, e poi diffusi, con mutilazioni sotto il nome dell’editore Paolo
Manuzio.
DUNQUE L’ELOGIO
NON È IL CAPRICCIO, LO SCHERZO DI UN INTELLETTUALE MA UN CONTRIBUTO MORALE,
ANCHE SE SPESO ALL’INTERNO DELLA LETTERATURA PARADOSSALE CHE L.B. ALBERTI AVEVA
DIFFUSO.
MODELLI:
-
Platone, Symposion,
Fedro, Rep., quest’ultimo per la caverna + volte citata nell’Elogio;
-
Luciano, Dialogi, LUCIANO STA ALLA BASE DELL’UTOPIA DI MOORE
E DELL’ELOGIO DI ERASMO;
-
Poggio, Facetiae;
-
L.B. Alberti, Momus, Intercenali,
MA RISPETTO AD ALBERTI ERASMO OFFRE LA
SOLUZIONE POSITIVA DELLA VISIONE CRISTIANA CHE GLI FA SUPERARE IL CHIUSO
PESSIMISMO DI ALBERTI, ATTRAVERSO LA FEDE DEL MILES CHRISTIANUS,
ATTRAVERSO I FURORI PLATONICI, PICHIANI = CRISTIANI E. SUPERA L’INCUBO SENZA
SPERANZA DI ALBERTI;
-
Valla, De libero arbitrio;
-
Pico, De hominis dignitate;
-
Sebastian Brant (nato a
Strasburgo ma vissuto a Basilea), La nave dei pazzi, 1494;
-
Savonarola e la sua condanna del mondo.
Erasmo considera l’Elogio
come la traduzione scherzosa dell’Enchiridion, forma faceta, contenuto
serio.
Composta durante il
viaggio per l’Inghilterra, portata a Parigi e prima stampa a cura degli amici
di E. ebbe subito grande successo e più di 7 edizioni in vari paesi.
Nello stesso periodo
1509-1511 a Parigi Charles de Bovelles scrive e pubblica De sapiente,
in cui vale per l’uomo l’immagine di Giano bifronte o quadrifronte.
Nell’opera vive la
connessione tra sapienza e follia, tutti hanno una maschera e agiscono una
parte, cosciente del PIENO SIGNIFICATO DELL’ASSURDO.
Per capire l’opera
vd. il commento di Gerard Lister nell’edizione Froben 1515, la
lettera autobiografica a G. Botzheim 1523, in Opera omnia, I, 1, 470-71;
e la lettera a DORP, fine maggio 1515, in cui si difende dalle accuse di
leggerezza, in Opus epistolarum n. 337, vol. II., 90-114, cfr. Mesnard, “Filosofia”, 14, 1963,
885-900.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
Opera omnia desiderii
erasmi roterodami recognita et adnotatione critica instructa notisque illustrata,
Amsterdam 1969 e ss.;
M. Bataillon, Erasmo e l’Espagne, Paris, Droz 1937;
A.
Renaudet, Erasme
et l’ Italie, Ginevra 1954 ;
J. Huizinga,
Erasmus, (1924), ed. tedesca, poi J. Huizinga, Erasmo, Milano, Mondadori 1958.
Pertanto
la visione degli umanisti si sposta o meglio, si amplia, dai testi della tradizione
classica ai testi ebraico cristiani, mostrando come l’umanista cominci a sentire
come cogente il problema religioso, avvicinandosi criticamente ai grandi personaggi
della Chiesa, uno su tutti san Tommaso.
Se
la Summa Teologica di san Tommaso
poteva essere considerata la trasposizione in chiave cristiana di Aristotele,
Agostino avvicinò al cristianesimo il pensiero platonico. Soprattutto la prima
parte dell’Umanesimo vede l’affermarsi del platonismo, attraversato anche
dal Petrarca nel Secretum.
Sono importanti a questo proposito due scritti di Valla del 1450,
l’Encomium
s. Thomae Aquinatis e il De mysterio Eucharistiae.
L’introduzione attraverso san Tommaso della logica di Aristotele porta ad esaltare l’aspetto razionale della realtà, questo in linea con il fermo razionalismo della personalità del Valla.