Commento

Testo                      

A
DIS MANIB(US)
ALLIAE A(ULI) L(IBERTAE) POTESTATIS

«Agli Dei Mani di Allia Potestas, liberta di Aulo».
Dis Manibus
Formula dedicatoria di gran parte delle iscrizioni sepolcrali; all'inizio scritta per intero, poi abbreviata in vari modi, è normalmente seguita dal genitivo della persona commemorata. L'impiego di questa dedica, il tipo di abbreviazione, l'associazione con altre variarono secondo i tempi e i luoghi, ma difficilmente forniscono un preciso criterio di datazione. Rara in età repubblicana e nel primo impero, la formula diventa diffusissima dal II al IV d.C. fino a scomparire nel VI; essa ricorda che la tomba, divenuta res religiosa, è proprietà degli Dei Mani, e ciò anche per proteggerla da possibili manomissioni.
l
(ibertae)
È il più forte argomento (insieme al patronus di v. 35) per stabilire quale relazione intercorra tra dedicante e dedicata, nessun accenno ad un eventuale matrimonio.
Potestas
In CIL VI sono riscontrabili circa 13 esempi del nome, che sembra traduzione di quello greco femminile
DúnamiV.

B
1  Hic Perusina sita est, qua non pretiosior ulla 

«Qui giace la Perugina, di cui nessuna donna fu più bella».
Hic…sita est
La formula *hic situs (/-a) est con le sue varianti è uno degli incipit più ricorrenti dei CLE. L'esempio più antico è offerto da ENN. var. 19 Hic est ille situs, cui nemo ciuis neque hostis (cfr. CLE 999,1; 1000,1; 1259,1; 2091,1), che però è poco utilizzabile al femminile, perché Hic est illa sita presenta -
² finale davanti alla semiquinaria, e impone l'allungamento artificiale, per cui se ne hanno nei CLE solo pochi casi: CLE 368,1 Hic est illa sitª pia frugi casta pudica; 1025,1 Hic est illa sitª dulcis Sallustia Rufa. Più diffuso è l'attacco Hic situs est (CLE 317,3; 363,1; 457,7; 462,1; 464,2; 472,1; 480,1; 520,1; 723,2; 1142,5; 1248,1; 1320,1; 1962,1), che ha anche buoni esempi letterari (CIC. carm. frg. 61,1; OV. met. 2,327; LUCAN. 8,793; MART. 6,76,3; 12,52,3), ma nuovamente solo al maschile; al femminile è inevitabile un iato (hÌc sÑt² : Âst), e dunque se ne hanno pochissime occorrenze: CLE 237,1 Hic sita est Amymone Marci optima et pulcherrima; 445,1 Hic sita est infans patri per saecula flenda. Anche il comodo schema - ÈÈ  hic situs est, con il primo piede coperto dal nome o da un epiteto, si presta solo al maschile (tipo LYGD. 2,29 Lygdamus hic situs est: cfr. PAUL. NOL. epist. 3,5,1; AL 610,1 R; CLE 370,1; 376,1; 461,1; 589,1; 668,1; 1154,1; 1162,1; 1224,1; 1278,7; 1398,1; 1814,1; 1816,1; 1961,1; 1967,1; 1972,1); nel nostro caso Allia potrebbe virtualmente coprire il dattilo iniziale, ma llѲ : hÌc sÑt² : Âst darebbe un doppio iato. A parte CLE 1945,1 Hic sita Reginae famula est cognomine Tyche, o formule come 385,1 Hic sita sum quae frugiferas cum coniuge terras o con il verbo alla prima persona 387,1 Hic sita quae uixi duodetriginta per annos con l'ellissi di est, per compianti di sesso femminile rimane, quando è possibile, la soluzione hic ÈÈ sita (e)st, come nel nostro caso e pochi altri presenti nei CLE: 1314,1 Hic Seuera sita est Virusi nepotula cara; 1991,1 Hic Regina sita est tali contecta sepulcro; 2124,1 Hic Optata sita est, quam tertia rapuit aestas. Ed è in questo contesto che l'etnico (Perusina) in luogo dell'inutilizzabile PÚtÂstªs rappresenta un guizzo di originalità.
La testimonianza di Cicerone (leg. 2,57 primus e patriciis Corneliis igni uoluit cremari. Declarat enim Ennius de Africano: 'Hic est ille situs' [uar. 19]. Vere, nam siti dicuntur ii, qui conditi sunt), in cui sit(us) est sembrerebbe espressione riservata esclusivamente ai defunti inumati, non toglie che i poeti usino la formula anche per defunti cremati: ad es. LYGD. 2,29 Lygdamus hic situs est; cfr. LUCAN. 8,785s. MART. 12,52. Nel nostro caso il riferimento all'urna cineraria del v. 3 (seriola) fa propendere per la cremazione. Probabilmente la costante compresenza, in ogni tempo, delle due pratiche funerarie avrà favorito l'estensione ai defunti incinerati di una formula originariamente destinata agli inumati; lo stesso varrà per il tipo hic iacet.
qua non pretiosior ulla
La stessa costruzione qua non (nec)... ullus con inserito o associato il predicato nominale è variamente attestata: PROP. 1,1,30 qua non ulla meum femina norit iter; OV. met. 5,381 qua nec acutior ulla; trist. 4,4,6 qua prior in Latio non fuit ulla foro; CLAUD. carm. 22,135 qua non taetrior ulla; e AL 863a,6s. ipsa puellam / pro mercede dabo, qua non formosior ulla; CLE 747,7 tempore quo nullus fuit pretiosior illo sacerdos, e cfr. 1179,1 hic iacet ille situs Marcus formonsior ullo; 1823,1 nemo mihi fuit formonsior ulla. La stessa costruzione, con enjambement, in VAL. FL. 7,333s. qua non uelocior ulla / pestis erat. C'è chi preferisce leggere i vv. 1-2 con una diversa punteggiatura (così CIL, Kroll): hic Perusina sita est, qua non pretiosior ulla /  femina de multis, uix una aut altera uisa; ma il senso non cambia. È pressoché stabile nei carmi tombali (anche letterari) il completamento della formula incipitaria con la relativa aggettiva, del tipo *Hic est (ille) situs, qui (cui, quo)
pretiosior
L'aggettivo pretiosus è riferito a persona in PLAUT. Bacch. 74; CATO orat. 218a Malc.; CIC. Verr. 2,2,35; PETR. 70,1; QUINT. decl. 340,11; SVET. rhet. 25,9, dove però si tratta di servi o meretrici in relazione al loro prezzo materiale, al loro costo sul mercato, e non ad un valore morale, come invece sarebbe ovvio nel nostro testo. L'esempio più vicino al nostro, oltre al citato CLE 747,7, epitaffio cristiano da Nola della fine del V sec. d.C., è nell’epigrafe tombale CIL III 2164 ubi cessit, quaeritur; pretiosus, quia non est. Ma non è nemmeno improbabile che, riferito ad Allia, l'aggettivo assuma il valore di pulcher che si riscontra ad es. in MAXIM. eleg. 2,27 dumque tamen niuei circumdant tempora cani / ... / perstat (scil. femina) adhuc nimiumque sibi pretiosa (v.l. formosa, speciosa Baehrens) uidetur;  DYNAM. uita Max. 4 l. 70 fuit…pretiosus uultu, blandus aspectu (cfr. ThlL X/2 1203,64ss.).

2
Femina de multis uix una aut altera uisa
3 sedula. Seriola parua tam magna teneris
 
«Tra molte a stento una o due sembrò tanto operosa. Tu, tanto grande, sei contenuta in una piccola urnetta».
La punteggiatura ha inizialmente creato qualche perplessità, dal momento che alcuni studiosi interpunsero fortemente dopo uisa traducendo «tu, così grandemente operosa, sei contenuta in una piccola urnetta» Brugi (1913, 416); «operosa, seria, piccola sei ritenuta così grande! (sic!)» Lenchantin (1913, 388); «tu, operosa, che eri così grande, sei ora contenuta in una piccola urnetta» Pascal (1913, 262). Lommatzsch, Linjeholm, Armini, Gordon e Horsfall interrompono la frase dopo sedula; inoltre Armini (1927, 105) e Horsfall (1985, 257) sottintendono un tam a sedula. Che a uisa sia sottinteso est, trova invece tutti concordi.
uix una aut altera Probabile reminiscenza ovidiana per uix: OV. ars 1,344 uix erit e multis quae neget una tibi, sicura invece per una aut altera: trist. 1,3,16 qui modo de multis unus et alter erat, ma la stessa formula compare anche due volte in PROP. 2,24b,19 una aut altera nox nondum est in amore peracta; 2,32,29s. sin autem longa nox una aut altera lusu / consumpta est.
sedula
Un accenno alle qualità domestiche di Allia, che saranno poi il motivo dominante dell'elogio vero e proprio. La laboriosità è una delle virtù femminili più apprezzate nelle iscrizioni e nelle opere letterarie, e per esaltarla i poeti hanno utilizzato diversi epiteti: la donna è jílergoV
, èrgátiV (quest'ultimo è proprio delle api, insetti laboriosi per eccellenza, e d'altronde la metafora tra l'ape e la donna è piuttosto ricorrente nelle fonti letterarie: cfr. SEMON. fr. 83s. Diehl; PHOC. fr. 1,2 Diehl; XENOPHON. oec. 7,35s.) per i Greci, sedula per i Romani: cfr. CLE 1026,1s. Itala me rapuit crudeli funere tellus / dum foueo assidua sedulitate uirum; 1140,5s. conlibertorum uultus animosque meorum / placatos merui sedulitate mea; 1836,5 mater pia, sedula coniux; 1845,1s. ab oris / per freta per terras sedula dum sequitur (scil. maritum); CIL VI 8619,7s. neque haec indulgentia cuiquam mira uideri potest cum iudicium meum fidei labori sedulitati tuae optimo iure tribui a me.
Quello riproposto dal nostro autore è un tema familiare, un pensiero già espresso da Ovidio, e nientedimeno che per Achille, a cui molto meglio spettava il tam magnus: met. 12,615s. iam cinis est, et de tam magno restat Achille / nescio quid, paruam
quod non bene compleat urnam; preceduto da PROP. 2,9,13s. tanti corpus Achilli / maximaque in parua sustulit ossa manu.
seriola
«Vaso fittile, olla» è il diminutivo di seria, una parola dall'incerta etimologia: Forcellini s.u. la fa derivare dall'ebraico sijr (olla), o dal greco sÉlia
: -tá mikrà piqária kaì skeûoV 1rtopoihtikón - «piccole botti e recipiente relativo alla preparazione del pane», secondo una glossa di Esichio (L.S.J., s.u. sÉlia). Seria è un vaso di argilla, oblungo e panciuto, analogo al dolium, ma probabilmente più maneggevole e di dimensioni inferiori, fino a sette anfore di capacità (COLUM. 12,28) per la conservazione di olio, vino oppure cibi secchi o sotto sale, frumento, frutta (VARRO. rust. 3,2; COLUM.12,18 e 12,53; LIV. 24,10; ULP. dig. 50,16,206), cfr. E.Pottier, s.u. seria, D.-S. IV/2 (1911) 1251. Il diminutivo seriola compare in PERS. 4,29s. qui, quandoque iugum pertusa ad compita figit, / seriolae ueterem metuens deradere limum; PALLAD. agr. 4,10 item si seriola sub diuo obruatur; ISID. orig. 20,6 seriola est orcarum ordo directus uel uas fictile uini apud Syriam primum excogitatum. A giudicare dai molti esiti romanzi doveva essere termine diffuso: seria dà luogo a nomi della «cesta» in spagnolo (sera), portoghese (seira) e catalano (sarria); seriola a denominazioni nord-italiane del «ruscello» (serioula: Valtellina; seriola: bresciano; sariol: mantovano) o del «fossato» (seriola: bergamasco): vd. R.E.W. nno 7847 e 7851. Mai attestato con il valore di urna cineraria, è usato solo dal nostro autore in questa accezione, per metonimia, analoga a quella di testa (propriamente «coccio», perciò «vaso [di coccio]») in PROP. 2,13,31s. deinde, ubi suppositus cinerem me fecerit ardor, / accipiat Manis paruula testa meos; CLE 1228,1s. hos duo testa tegit coniecta in un[um / crudelis, quia deseruere patr[em, e  olla in CLE 973,9s. mea sunt hic ossua in olla / consita; 1133,1s. Non hic olla meos cineres aut continet arca, / set passim mater terra texit positos; 200 ollam Seueri flaminis ne tangito. Di fatto la olla, oltre a contenere il cibo nella vita di tutti i giorni, serviva sovente a conservare le ceneri dei morti, e la parola è spesso menzionata nelle iscrizioni sepolcrali (scritta generalmente sulla superficie dell'olla stessa): cfr. CIL X 1938; 1961; 6454; 6500; 8288; 8299; 16,862; 999; 2224; 2553; 3838, ecc. Il termine ollarium, anch'esso presente nelle iscrizioni (CIL X 756; XIV 1196; anche locus ollarium X 2346; locus donatus ollarium 6607; columbaria ollarum 8299; ecc.), sta a designare le nicchie dei columbarii in cui si collocavano le urne funerarie. D'altro canto non è raro trovare ceneri ed ossa custodite in anfore vinarie, come quella rinvenuta nei dintorni di Pozzuoli, con duplice iscrizione, l'una vinaria, l'altra mortuaria (CIL X 2039a); cfr. E.Pottier, s.u. olla, D.-S. IV/1 (1907) 171s.
tam magna
Kroll (1914, 298) e Gordon (1983, 147) credettero che qui Allio parlasse della grandezza fisica di Allia (di grande statura durante la vita, poche ceneri da morta) ma già Armini (1927, 106) riferì tam magna alla sua levatura morale, come del resto risulta evidente dal confronto con molte iscrizioni, in cui magnus indica un carattere morale: CLE 415 magna hominis hic ossa tegit saxus; CLE Engström 364,4 uir magnus ac mente benignus; CIL VIII 505,2 (Iu)lia amata sacerdos magna; 1557 magnis moribus femina; XII 482 Eusebia religiosa magna ancella Dei. L'uso di tam magna al posto di tanta è dovuto principalmente al modello ovidiano di met. 12,615s. cit., che offre il vantaggio di sottolineare con forza l'antitesi tra la piccola urna e la passata grandezza del defunto. Per l'antitesi (di tradizione letteraria) magnus / paruus in contesto sepolcrale cfr.: AETNA 589s. paruum / conspicimus magni tumulum ducis (Ettore); SEN. epigr. 20,8 Magnarum rerum parua sepulcra uides; 40,2 Visuntur magni parua sepulcra Iouis, e tutto l'epigr. 46: Iunxit magnorum casus fortuna uirorum: / Hic paruo, nullo conditus ille loco est. / Ite, nouas toto terras conquirite mundo: / Nempe manet magnos paruula terra duces. /
VEN. FORT. carm. 4,20,10 mox obit et magnum parua sepulchra tegunt.
teneris
Stona il passaggio dalla terza alla seconda persona, laddove ci si aspetterebbe tenetur come in CLE 443,8 sede sub hac parua titulo paruoque tenetur / parua anima; 1339,3 uita subit caelum, corpus tellure tenetur. Il Du-Stil porta ad un innalzamento del tono e pone in primo piano la voce del dedicante.

4
«Crudelis fati rector duraque Persiphone,

5
quid bona diripitis exuperantque mala?»

«O crudele signore della morte e tu dura Persefone, perché rapite le cose buone e le malvagie restano?».
Mancini (1912, 157) e Armini (1927, 106) vorrebbero che a formulare la domanda fosse Allio, ma il soggetto è espresso chiaramente al v. 6 (cuncti). Il Lenchantin (1913, 388) unisce crudelis con fati; ma crudelis è spesso applicato alle divinità del mondo sotterraneo (cfr. CLE 971,8 crudelis Pluton nimium saeuite rapinae), per cui è preferibile interpretare crudelis riferito al vocativo rector in corrispondenza con dura Persiphone. Si noti il cambio di soggetto nella seconda metà del verso, un espediente che il nostro autore usa anche ai vv. 15 e 45. Per l'analisi metrica del v. 4, vd. supra, p. 17s.
fati rector
Non ha paralleli; l'espressione che più si avvicina alla nostra è SEN. Herc. O. 22 uici regentem fata, ma vd. anche STAT. Theb. 4,457 rector Auerni e 11,421 Tartareus rector. Dal momento che il Fato inteso in senso proprio è ingovernabile anche per Plutone, è meglio attribuire a fatum il valore di mors, un'accezione del resto molto comune, come dimostrano le numerosissime attestazioni del ThlL VI/1 359,22ss. sia letterarie che epigrafiche; per queste ultime vd. ad esempio CLE 362,1 eheu heu Taracei, ut acerbo es deditus fato; 460,5s. ipse sepulcri / arbiter hospitium membris fatoque parauit; 959,9 quae me faato praecessit; 995b,19s. parce…/ fataque maerendo sollicitare mea; 1035,5 causa latet fati partum tamen esse loquuntur; 1069,1 immatura tui properantur tempora fati; 1137,1s. condidit hoc tumulo fatis tricesimus annus / formosum corpus; 1552a,39 si post fata manent sensus; 1611,2 perfunctus hoc tegitur post fata sepulcro.
Persiphone
Da non mutare in Persephone come fece il Lenchantin, è, secondo il Rasi (1914, 697) «forma erroneamente, forse popolarmente itacizzata da un presupposto Pershjónh per Persejónh». Questo nome così latinizzato è un acquisto per l'onomastica latino - volgare perché non ricorre altrove né nei lessici, né nei glossari o negli indici del CIL. L'ortografia Persiphone può essere stata influenzata dal nome della Erinni Tisiphone (CLE 2085,3 Thisifone r[apuit). Persephone in luogo del nome romano Proserpina è relativamente raro negli epitaffi romani: CLE 1161,4 liminibus rapuit me sibi Persephone; 1128,6 funeris amborum, dic, rea Persephone; 1301,3 Persephone uotis inuidit pallida nostris; cfr. anche OV. epist. 21,47s. coniugii tempus crudelis ad ipsum / Persephone nostras pulsat acerba fores.
diripitis
Bona diripitis è locuzione piuttosto comune nel senso di «depredare, saccheggiare dei beni, delle proprietà» (vd. ThlL V/1 1262,32ss.), ma qui bona sono «le cose buone» (cfr. CATULL. 3,13s. At uobis male sit, malae tenebrae / Orci, quae omnia bella deuoratis), e diripio ha il valore del semplice rapio; nell'apparato al CLE 444,1s. direpta morte recepta / utinam nos fatus texisset utrosque, il Buecheler commenta: direpta = rapta, e lo stesso valore ha anche in CLE 742,2 qui quondam dura genitorum morte direptus; 1310,1s. coniuge direpta meo direptaque natis / ehi mihi, fatales cur rapuere Dei? Chiaramente ci troviamo di fronte ad uno dei più famosi e sfruttati loci communes della poesia di ogni tempo, il concetto della morte rapitrice, ovvero l'eufemistica rappresentazione della morte come rapimento dal mondo terreno a quello degli inferi. Nel nostro caso sono gli dei inferi a rapire Allia, come in CLE 474,7 ante diem meritum hunc demersit at Styga Pluton; 1058,6 et saeuos Pluto rapuit me ad infera templa; 1066,8 heu Ditis foeda rapina feri; 1128,5s. cur modo tam praeceps, iterum tam sera fuisti? / funeris amborum, dic, rea Persephone; 1161,4 rapuit me sibi Persephone; 1219,2 rapuit sibi Ditis ad umbras. Altre volte è la morte stessa a rapire, oppure i Mani, le Parche, il Fato, la Fortuna, a volte è un rapimento generico, senza mandatari (numerosi ess. in Brelich [1937, 20s.]): tutte forze che spingono l'uomo al suo ineluttabile destino di morte, contro cui ogni sforzo umano è vano.
exuperant
Indica che i mala sopravvivono, in contrasto con i bona che non sono più; ha il senso di exstant come in VAL. MAX. 5,9,4 tu vero pater uiue…et me quoque exsupera; HYG. fab. 71,1 Aegilaus…quia pater exuperauerat, pro patre uicariam uitam dedit; CLE 382,2 sic tulerat Fatus non exsuperasse parentes. L'ortografia exu- non è comune nei testi epigrafici in cui si preferisce la grafia exsu- (mentre nei codici si trova più spesso exu-), e si ritrova ad es. in CIL VI 18079,8 emptoris filius eius qui exuperauerat de titulo maiore e nel nostro. Come ricorda Armini (1927, 107), è formula comune che il Fato sia duro, crudele e ingiusto, dal momento che i boni sono rapiti molto più rapidamente dei malvagi, infatti: CLE 490,6 quam breuis innocuis uita est; 769,12 breue omne quod bonum est; 1128,5ss. cur modo tam praeceps iterum tam sera fuisti? / funeris amborum dic rea Persephone. / Vix lucem uidisse satis qui uiuere posset / uiuere quae nollet uix potuisse mori (una morta a 80 anni, l'altro a 3); 1204,3s. numina uestra / qui coluere cadunt, neglexere, manent.

6
Quaeritur a cunctis,  iam respondere fatigor,
7 dant lachrimas, animi signa benigna sui

«È la domanda di tutti, a cui già sono stanco di rispondere, e versano lacrime, segno del loro animo gentile».
quaeritur
Semplicemente «è chiesto, si chiede», data la vicinanza di respondere; il senso di desideratur con soggetto Allia proposto dall'Armini (1927, 107), anche se attestato (CLE 1411,11 te fora, te cuncti, te magnum curia quaerit), si adatterebbe male al contesto.
fatigor
 Il solo esempio di fatigor + infinito citato in ThlL VI/1 345,46; 346,31 è GREG.M. moral. 15,52 et quia in Deo oculos corporis tendere non possunt, ei obsequia praebere uel despiciunt, uel si coeperint, fatigantur. Armini (1927, 107), propone il senso di «sono esortato a rispondere».
dant lachrimas Il soggetto è il cuncti che si deduce dal verso precedente; per l'espressione cfr. OV. met. 2,340s. Heliades lugent et, inania morti / munera, dant lacrimas; CLE 649,1 da lector lacrumas; 1198,2 et lachrimam fatis da gemitumque meis; 1279,8 donaret lacrimas; 1402,2 da lacrimas; 1850,3 paruolus ille dedit lacrimas; CIL I 1222 nec parueis flere quead lachrymis. Quanto alla grafia -chr-, nei tituli è usata senza distinzione con la grafia -cr-, che però è più frequente. 
animi signa benigna sui
I cuncti piangono come segno del loro animo gentile; sicuramente Allio ha qui in mente OV. trist. 1,8,28 et lacrimas animi signa dedere sui. Si noti l'ipallage dell'aggettivo (animi signa benigna = animi signa benigni), che ricorre qui nel suo naturale significato di «benevolo, affezionato» (cfr. ThlL II 1903,40ss.). Possibile, ma meno significativa, sembra l'interpretazione senza ipallage di Rasi (il quale peraltro non esclude l'altra interpretazione), in cui benignus avrebbe il significato, egualmente attestato nel ThlL II 1904,22ss. di copiosus, abundans, ad indicare le molte lacrime da loro sparse.

8-16 È per le virtù di vecchio stampo che le donne, sia greche che romane, sono lodate: insieme alla bellezza esse devono possedere anche fedeltà, onestà, contegno e soprattutto totale affezione per marito e figli; devono inoltre essere brave padrone di casa (SEG 4,574 gunaîka semnóthtoV kaì o4kodesposúnhV Ðneken), parche e parsimoniose (Peek no 328 (= IG 2,4014) 2rgátiV ÷sa gunÈ jeidwlóV te 2nqáde keîmai). In un'iscrizione di Renea (Peek no 702) la defunta viene definita 1gaqà kaì bíou o4konómoV, e in un epigramma rinvenuto a Pergamo (Peek no 2040): biotÊV oÎaka kaqeuqúneskeV 2n oÎk? «hai tenuto con mano ferma il timone della vita domestica». Alle testimonianze epigrafiche fanno riscontro quelle letterarie, ad es. Lisia Per l'uccisione di Eratostene 7: PasÔn Ën beltísth∙ kaì gàr o4konómoV deinÈ kaì jeidwlòV kaì 1kribÔV pánta dioikoûsa  «era la migliore delle donne, una brava massaia, parsimoniosa e amministratrice attenta di ogni cosa». Tutto il periodo (vv. 8-16) è rivolto ad esaltare le virtù domestiche di Allia e le sue capacità di amministratrice, in veste di mater familias.

8  Fortis, sancta, tenax, insons, fidissima custos
«Forte, morigerata, parsimoniosa, irreprensibile, custode fidatissima». É probabile che, se Potestas fosse stata sua moglie, Allio avrebbe scritto il più comune fidissima coniunx come in OV. Pont. 1,4,45; CLE 1131,1; 1142,17; ma in tutta l'epigrafe manca qualsiasi riferimento al matrimonio. Per il resto Allio ascrive alla donna tutte le tradizionali virtù delle matrone romane (vv. 14-15), compresa la vigile cura dell'economia domestica. La formula, consistente in una serie asindetica di epiteti elogiativi, è comunissima nelle epigrafi di ogni tempo; tra i moltissimi esempi vd. CLE 158,2 fideli simplici religiosae piae; 237,1s. optima et pulcherrima, / lanifica pia pudica frugi casta domiseda; 765,1ss. Castitas fides caritas pietas obsequium /…his ornata bonis Sofroniola in pace quiescit; 843,1 casta pudica decens sapiens generosa probata; 959,2 casta, pudens, uolgei nescia, feida uiro; 1136,3s. nobilis Euphrosyne, facilis formosa puella, / docta opulenta pia casta pudica proba; 1192,7 dulcis casta uiro reuerens pia kara fidelis; 1302,1 Docta lyra, grata et gestu, formosa puella; 1430,5 Casta, decus morum, sapiens, deuota marito; 1502,1 Casta pudica pudens coniuge cara suo; 1561,4 casta grauis sapiens simplex ueneranda fidelis; 1836,5s. haec bona familiis, mater pia, sedula coniux / hic corpus posuit, (ma cfr. anche CLE 52, 64, 81, 108, 219, 364, 368, 451, 476, 483, 496, 526, 552, 559, 1307, 1872, 1995); la pratica è comune all'elogio in prosa, cfr. CIL VI 1527,30 (Laudatio Turiae) domestica bona pudicitiae, opsequi, comitatis, facilitatis, lanificii studi, religionis sine superstitione, ornatus non conspiciendi, cultus modici cur memorem?; VIII 7384 conseruatrix dulcissima, mater omnium hominum, parens omnibus subuenies, innocens, castissima, praestans, rarissima; X 1909 castissimae fidelissimae pientissimae cuius plura mirabilia bene facta per singula perscribere uolui. Non mancano anche esempi letterari: AUSON. Par. 11,23 Laeta, pudica, grauis, genus inclita et inclita forma; 21,3 nobilis haec, frugi, proba, laeta, pudica, decora.
fortis
Riferito a donne, come attestato dal ThlL VI/1 1152,56ss., ha il valore di  formosa, ampla, robusta, come in PLAUT. Bacch. 216; Mil. 1106; AFRAN. com. 159;  PS.CYPR. pudic.12; AMM. 15,12,1.
sancta
«Pura», al posto dei più comuni pia, casta. L'aggettivo viene spesso usato per donne in senso morale, con prevalente riferimento alla castità (cfr. Forcellini e O.L.D. s.u. sanctus): VERG. Aen. 11,158 sanctissima coniunx; OV. trist. 1,6,33 prima locum sanctas heroidas inter haberes; PHAEDR. 3,10,30 sanctamque uxorem (che al v. 14 era detta casta mulier); APUL. met. 7,7,3 sanctissima…et unicae fidei femina; numerosi gli esempi nei CLE, ad es. 476,2 sanctae casta fide; 603,6 hunc titulum feci Philotecnus coniugi sanctae; 736,3 sancta pudica decens uni deuota marito; 974,1 inuida sors fati rapuisti Vitalem, sanctam puellam; 1422,9 uixit cum coniuge sancta; 1469,5 cum coniuge sancta pudica; 1606,15 o q(uae)cumq(ue) tu sancta femina, potueris tam caste uiuere; CIL II 7898 sola uiro tu sancta tuo dum uita manebat, ecc.
tenax
«Parsimoniosa, parca»; l'aggettivo tenax, formato dalla radice di teneo e dal suffisso -ax, significa «resistente» e, per le persone, «persistente, tenace»; per traslato ha il senso di parcus, auarus: cfr. Forcellini s.u. tenax, in cui sono riportati esempi come PLAUT. Capt. 2,2,289 Tenaxne pater est eius? Immo edepol pertinax; TER. Ad. 5,4,866 saeuos, tristis, parcus, truculentus, tenax; CIC. Cael. 15,36 patre parco ac tenaci; OV. met. 7,656s. parcum genus est  patiensque laborum, / quaesitique tenax, et quod quaesita reseruet; QUINT. inst. 4,2,73 patrimonii…tenax custos.
insons
«Innocente», nei tituli sepolcrali è usato soprattutto, anche se non esclusivamente, per gli infanti: cfr. CLE 740,3 laeta doli expers, culpa procul, insons honesta.
fidissima custos
La clausola si trova due volte in OV. met. 1,562 Postibus Augustis eadem fidissima custos; fast. 5,45 Assidet inde Ioui, Iouis est fidissima custos, ma anche in VAL. FL. 8,75 te quoque, Phrixeae pecudis fidissime custos; STAT. Theb. 1,530 natarum haec altrix eadem fidissima custos; CLAUD. carm. 10,333 arbiter, egregiae pacis fidissime custos, e CLE 296,5 fortissimae (= fortissime) custos; qui, riferita ad Allia, ha lo stesso valore di elogi come CLE 52,8 domum seruauit; 381,1 uixi uiro cara custosque fidelis; 516,6 illa domum seruare meam; 2107a,4 genialis custos utpote quae fuerit; 2170,1 coniugi sanctissimae et conseruatrici; CIL VIII 4067 pie coniugi, bone seruatrici; XI 6286 coniugi pientissimae conseruat custos peculi.

9 munda domi, sat munda foras, notissima uolgo

«Curata (elegante) in casa, fuori casa curata quanto basta, ben nota a tutti».
munda
La ripetizione dell'aggettivo distingue la diversa gradazione della stessa qualità nei due contesti, giacché nel caso di foras, munda è leggermente attenuato da sat, nel senso che in pubblico l'eleganza di Allia si conteneva nei limiti del decoro, senza eccessi. La munditia di Allia sembra riferirsi alla cura della sua persona nel corpo e nell'abbigliamento (ThlL VIII 1631,16ss.) e non va intesa in senso morale, come pure ci si potrebbe aspettare dal confronto con il cristiano CLE 1874,3 que uixi munda cum byro meo Florentio.
foras
Per foris, è un tratto colloquiale assai comune, come pure lo scambio contrario; nel ThlL VI/1 1047,61 e 1048,37 sono citati a riguardo CIC. ad Q. fr. 3,1,19 cum Pomponia foras cenaret; PETRON. 30,3 C. noster foras cenat; 44,14 (probabilmente un detto proverbiale) nunc populus est domi leones, foras uulpes.
notissima
uolgo Allia era conosciuta da tutti per avere le qualità segnalate ai versi 8-9, senza alcuna incompatibilità con i vv. 11 e 26-27: le sue virtù erano ampiamente note, mentre non giravano pettegolezzi sul suo conto. Per questo motivo di lode cfr. CLE 56,1 boneis probata, inueisa sum a nulla proba; 1307,3 et proba iudicio cunctorum et amica pudoris, non ché gli esempi epigrafici già citati a suo tempo dall'Armini (1927, 109): CLEf 1851 fuit solacius misericors omnibus notus; CIL V 1709 amicabilis ab omnibus notus; VI 9032 uita innocentiaque omnibus cognitus; 32082b cuius pudicitiam mores integritatem nemo qui nesciret fuit; 37805a cuius beneficia omnibus cognita.

10  sola erat ut posset factis occurrere cunctis

«Era la sola che potesse badare a tutte le faccende»: questa la traduzione che la sintassi richiede, e che trova fondamento nella pratica iperbolica delle lodi di Allia, anche se il senso richiesto sarebbe piuttosto «lei era in grado, da sola, di badare a tutte le faccende», come fosse talis erat, ut sola posset factis occurrere cunctis.
factis
Pur in assenza di altre attestazioni, il contesto richiede il significato di «faccende (di casa)», (factis per negotiis: Kroll, Lommatzsch, Armini) o tutt'al più di «contingenze, eventualità» (Lattimore, Gordon), con factis = faciendis, non impossibile alla luce dell'avversione che la lingua popolare ha sempre provato verso le costruzioni con il gerundivo (cfr. E.Löfstedt, Peregrinatio Aetheriae, 156s.). Inoltre il participio, retto da espressioni di necessità, assume spesso il valore futuro di un gerundivo, ad es. PLAUT. Curc. 302 celeriter mihi homine conuento est opus (cfr. Hofmann-Szantyr, p. 393). Tuttavia il ThlL non registra neppure casi di facienda = negotia, sicchè, per quanto ci consta, sembra che ci troviamo dinanzi ad un hapax semantico.
occurrere
Nel senso di «eseguire, soddisfare» è ben attestato (cfr. ThlL IX 400,50ss.), ma soltanto riferito a preghiere, attese o desideri: SEN. dial. 7,20,5 honestis precibus occurram; PLIN. paneg. 79,6 uidemus ut prouinciarum desideriis, ut singularum etiam ciuitatum precibus occurrat; AUSON. grat. act. 17,77 occurrere desideriis singulorum.

11  exiguo sermone, inreprehensa manebat
«Faceva parlare poco di sé, era sempre immune da critiche».
exiguo sermone Armini (1927, 110) è incerto se sia da interpretare come ablativo di causa (ob exiguitatem sermonis) o come ablativo di qualità (nel senso di parum conloquens); migliore è la prima ipotesi, ma non è necessario che il sermo sia quello «riservato, modesto» di Allia; è invece probabile che lei sia sfuggita alle critiche dei concittadini (Horsfall, [1985, 260]) perché non attirava chiacchiere, un'anticipazione di ciò che verrà più specificamente detto ai vv. 26-27, e un'eco di PROP. 3,1,31s. exiguo sermone fores nunc Ilion et tu, / Troia (sc. nisi carminibus celebratae essent). Chiaramente qui sermo è nel comunissimo senso di «pettegolezzo, chiacchiere»: cfr. LUCIL. 1015s. M. gaudes, cum de me ista foris sermonibus differs / et male dicendo in multis sermonibus differs; CIC. ad Q. fr. 1,1,17 multa enim quae recte committi seruis fidelibus possunt, tamen sermonis et uituperationis uitandae causa committenda non sunt; OV. met. 12,56 E quibus hi uacuas implent sermonibus aures; PETRON. 129,2 Veritus puer, ne...daret sermonibus locum; IUV. 14,152 Sed qui sermones, quam foede bucina famae!; TAC. ann. 3,6 utque premeret uulgi sermones, monuit edicto; 13,6 in urbe sermonum auida (O.L.D. s.v. sermo). Se per Pericle, nell'Atene del V a.C., grande era la «gloria della donna della cui virtù si parlava pochissimo, per lodarla o per biasimarla, fra i maschi» (THUC. 2,45,2
Genésqai &mîn megálh # dóxa kaì ½V ån 2p› 2láciston 1retÊV péri ¹ fógou 2n toîV çrsesi kléoV ª), per i Romani la reputazione di una donna richiedeva che il suo nome non venisse neppure pronunziato; non a caso, di Bona Dea, Varrone (in LACT. inst. 1,22) diceva che «nessun uomo, salvo suo marito, sentì mai il suo nome, finché visse», e ancora nel V sec. Macrobio loda la stessa dea «tanto pudica che il suo nome non fu mai pronunciato in pubblico» (Sat. 1,12,27 nec nomen eius in in publico fuerit auditum). È pertanto una lode quasi dovuta per una matrona, ma non scontata per una liberta; un esempio negativo è quello della Lidia oraziana (probabilmente un'etera) «nominata per ogni dove» (carm. 3,9,7 multi Lydia nominis).
inreprehensa manebat
Corrisponde a sine reprensione, cfr. ThlL VII/2 406,47ss.: «irreprensibile, senza biasimo, rimprovero», una lode che ritroviamo, ad es., anche in CIL VI 24294 cum qua uixit annis XXXV sine ulla reprensione e 18554; IX 5878; X 1951; XI 1359. Probabilmente il nostro epitafista serba memoria di OV. trist. 5,14,21s. nam tua, dum stetimus, turpi sine crimine mansit, / et tantum probitas inreprehensa fuit; qui, come in tutta l'epigrafe, manere ha valore di esse (anche ai vv. 22 anxia non mansit, 27 mansit et infamis, 18 nitor in facie permansit eburneus illi), per cui vd. le numerose attestazioni in ThlL VIII 290,13ss. Non si tratta di un esametro con rozze licenze, come credettero Lenchantin e Rasi, ma di un pentametro terminante con una clausola esametrica (per una probabile genesi del verso vd. supra, p. 14s.).

12 Prima toro delapsa fuit, eadem ultima lecto
13 se tulit ad quietem positis ex ordine rebus

«La prima a scendere dal letto, per ultima vi andava a dormire dopo aver posto in ordine ogni cosa». Un passo di Catone (agr. 5,5) può citarsi a riscontro di questi versi: (uilicus) primus cubitu surgat, postremus cubitum eat…

toro delapsa fuit
Cfr. OV. am. 3,1,49ss. per me…didicit…Corinna /…delabique toro tunica uelata soluta; APUL. met. 5,20 toro delapsa (vd. ThlL V/1 414,78ss.). Per l'allungamento di fuit vd. supra.
se tulit ad quietem La formulazione non ha un evidente parallelo o modello, ma la doppia costruzione se ferre + ad e accusativo è variamente attestata, cfr. ThlL VI 560,74ss.: VERG. ecl. 9,22 cum te ad delicias ferres, Amaryllida, nostras; georg. 1,408 qua se fert Nisus ad auras; Aen. 2,455ss. infelix qua se /…saepius Andromache ferre incomitata solebat / ad soceros; OV. fast. 1,23 ad nostras cum se tulit impetus artes.
Molte ore di lavori di casa non sono normalmente lodate nelle iscrizioni, ma cfr. COLUM. 12,1-2 sulle attività della moglie dell'amministratore. Il verso è un esametro regolare, tenuto conto della consonantizzazione della i di qu,etem
(vd. supra). 

14  lana cui e manibus nuncquam sine caussa recessit

«Mai senza ragione la lana si allontanò dalle mani». Per nuncquam vd. supra, p. 18. L'accenno alla filatura della lana è un inalterato luogo comune del genere: gli strumenti per il lavoro della lana sono spesso raffigurati in rilievo sulle stele; su una di Sardi del II-I a.C. (Peek no 1881) è visibile un cesto per la lana che nel testo dell'epigramma viene definito e7táktou d› 1retâV tálaroV. Il lanificium compare spesso nei tituli sepolcrali a rappresentare virtù di vecchio stampo e amore per la vita domestica: CLE 52,8 lanam fecit; 63,4 grauitatem officio et lanificio praestitei; 237,2 lanifica pia pudica frugi casta domiseda; 492,16s. nec labos huic defuit nec uellerum inscia fila / parca manu, set larga meo in amore mariti; 1123,3 lanifici praeclara; 1996,7 lanifica nulla potuit contendere Arachne. Le occupazioni della matrona romana non si limitavano certo a filare la lana, ma se il lanificium persiste così a lungo sulle tombe femminili, ciò è dovuto al fatto che ha assunto il valore di un simbolo, persistente fin nella tarda antichità: AUSON. Par. 2,4 e 16,4 lanificaeque manus e 12,5 docta satis uitamque colu famamque tueri.
côÌ
È bisillabico, con la seconda sillaba elisa (cfr. Leumann, p. 478). Come vedremo, Allio usa côÌ come bisillabo anche al v. 38, e come monosillabo, invece, ai vv. 36, 47, 48. Per l'abbreviamento di causs² vd. supra.

15  opsequioque prior nulla moresque salubres

«Nessuna le fu superiore nel rispetto e nei sani costumi».
opsequio
Sull'ossequio della moglie verso il marito cfr. ThlL IX 181,68ss., in particolare QUINT. decl. 327,14 Tu porro in uxore nihil aliud exspectas, quam fecunditatem? «Non parit», sed obsequium, sed fidem praestat; PLIN. paneg. 83,8 nam uxori sufficit obsequii gloria. Per quanto riguarda le fonti epigrafiche, cfr. CLE 455,5s. uixit inculpata marito / obsequio raro, solo contenta marito; 476,4 coniugis obsequio meruit in munere functae sephulcrum; 765,1s. castitas fides caritas pietas obsequium / et quaecumque deus feminis inesse praecepit; 1140,2 e 1258,6 coniugis obsequio; 2137,2 cuius simplicitas et obsequientia laudatur. La grafia ops-, con assimilazione della labiale dinanzi alla sibilante, non è rara nelle iscrizioni, cfr. ThlL IX 180,667; CIL V 131; VI 1527; VIII 9519; 21179; X 663.
moresque salubres
Accusativo di relazione spettante a prior, il quale si unisce, nella stessa connessione coordinata, prima con l'ablativo di limitazione (opsequio), poi con l'accusativo di relazione (mores salubres). Rasi (1914, 698) e Fossataro (1914a, 331), per evitare la uariatio di costrutto, suggeriscono che mores salubres sia nominativo, con erant (in ea o ei) in ellissi, proprio come a nulla prior è sottinteso erat: eique erant mores salubres, oppure eiusque mores erant salubres. Tuttavia l'equilibrio ottenuto attraverso la ripetizione del -que implica che «nessuno fu migliore di lei nell'ossequio e nei costumi salubri» piuttosto che «nessuno fu migliore di lei nell'ossequio, e i suoi costumi furono salubri». La clausola, che sembra aggiunta un po' meccanicamente determinando la scompostezza sintattica, è comune (ad es. CLE 737,7 quid pudor castus, quid sancta fides moresque benigni; 1329,3 fuit enim forma certior moresque facundi), ma mai con l'aggettivo salubres. La cesura eftemimere come pausa principale meglio giustifica l'allungamento in arsi davanti a cesura (cfr. vv. 12 e 51 e metrica) della quantità nella sillaba finale di nulla, nominativo: opsequioque prior | null
ª|| moresque salubres.

16  Haec sibi non placuit, numquam sibi libera
uisa

«Non aveva un'eccessiva considerazione di sé, mai volle considerarsi libera». Si elogia la modestia di Allia, che non insuperbì neanche dopo essere stata affrancata: pur liberata, mai si considerò tale agli occhi del patrono.
haec sibi non placuit
Cfr., tra i moltissimi ess., PLAUT. Trin. 321 qui ipsus sibi satis placet, nec probus est nec frugi bonae.

17  Candida, luminibus pulchris, aurata capillis

«Era di carnagione chiara, con occhi belli e capelli dorati». Di questo verso sono state date differenti interpretazioni, a partire dalla punteggiatura. Candida, luminibus pulchris, aurata capillis, secondo Brugi, Pascal, Lenchantin e Gordon che interpretarono candida come «dalla carnagione chiara, dagli occhi belli e dai capelli dorati»; invece Armini (1927, 111) unì candida con luminibus («dagli occhi splendenti»), evitando così la ripetizione del riferimento al candore dell'incarnato, che viene commentato nel v. successivo da nitor…eburneus. Horsfall (1985, 262) rafforza quest'ultima ipotesi osservando l'equilibrio di candida ed aurata e supponendo che luminibus, allo stesso modo, debba bilanciare capillis: candida luminibus, pulchris aurata capillis. Ma considerando che il ThlL non offre alcun esempio dell'aggettivo candidus unito agli occhi, e che la dieresi dopo candida suggerisce di isolare ritmicamente l'aggettivo, è preferibile porre la virgola dopo di esso; d'altro canto, ripetizioni di tal genere in testi come il nostro non sono così improbabili, e si osservi come l'autore in 4 versi (17-20) insista appositamente e metaforicamente sui colori chiari di Allia: aurata capillis; nitor eburneus; niueo pectore; interpretare candida come «dalla carnagione chiara» non sembra, quindi, una ripetizione inutile, ma funzionale all'intento dell'autore di accumulare tratti di bellezza ideale.Si noti, inoltre, che l'aggettivo è spesso utilizzato nel sermo amatorius con il valore di pulcher, uenustus, formosus, come ad es. in CATULL. 13,4 non sine candida puella (cfr. ThlL III 241,10ss.), per cui si potrebbe anche dire: «era uno splendore, con occhi belli e capelli dorati».
aurata capillis
«Dalla chioma dorata»: Allio non si serve del più comune flauisque capillis, che peraltro era disponibile come clausola in OV. fast. 2,764 flauique capilli, ma ricorre all'aggettivo auratus, che non compare mai altrove riferito a capilli, coma o simili; probabilmente Allio, non potendo servirsi dell'aggettivo aurei (cfr. CATULL. 61,99 aureas comas; OV. met. 12,395 aurea coma), metricamente inutilizzabile in questa sede metrica davanti a capillis sia come trisillabo (-È-) che come bisillabo per sinizesi (--), dovette ricorrere ad auratus. Spesso i poeti si dovevano ingegnare per rendere dattiliche parole che non lo erano, e l'escamotage più frequente era la sostituzione del suffisso (cfr. J.André [couleur, 267ss.]):
ªurªtª al posto di ªurǪ (Culex 43; OV. hal. 106); 
ªurªtÜ per ªurÇÜ (Culex 43; LUCAN. 9,728; GERM. 532);
ªurªtÌ per ªurÇÌ (GERM. frg. 4,114); ªurªtÌs per ªurÇÌs (OV. hal. 114). È inoltre possibile che la lingua colloquiale, data la sua preferenza per gli aggettivi participiali, usasse normalmente auratus al posto di aureus, ipotesi confortata dalle numerose rimanenze del termine latino aurata (il pesce «orata») nelle lingue romanze, R.E.W. no 789: orata (it.); aurada (prov., cat.); dorada (sp.); dorade (fr.); dourada (port.), e dall'assenza di forme derivate dall'agg. aureus nelle stesse. Il tema del colore della capigliatura ha avuto poca importanza fino a Catullo; Plauto e Terenzio se ne interessarono raramente (rufus = PLAUT. Pseud. 1218; TER. Haut. 1061; Phorm. 51; rufulus = PLAUT. Asin. 400; subrufulus = PLAUT. Capt. 648; rutilus = PLAUT. Merc. 306). Invece, da Catullo in poi, viene formandosi un tipo di bellezza dai capelli biondi che predominerà poi in tutta la poesia successiva: si riscontrano una trentina di sinonimi per i capelli chiari (flauus; flauens; fuluus; aureus; auricomus; florus;...) e solo 13 per i capelli scuri (ater; niger; pullus). I capelli biondi sono una caratteristica degli Dei (Apollo = OV. am. 1,15,35; STAT. Theb. 1,698; Mercurio = VERG. Aen. 4,559; APUL. met. 10,30,4); e delle Dee (Cerere = VERG. georg. 1,96; Minerva = OV. met. 6,118), delle belle donne e delle eroine della poesia epica ed amorosa (Didone = VERG. Aen. 4,590; 698, nonostante la razza semita; HOR. carm. 1,5,4; TIB. 1,5,44). Orazio è il solo a considerare i capelli neri come un privilegio della bellezza (HOR. carm. 1,32,11); cfr. J.André (couleur, 272s.).

18  et nitor in facie permansit eburneus illae

«E mantenne il viso di uno splendore eburneo». 
nitor…eburneus
Nitor unito ad un aggettivo di colore si riscontra in CLE 675,2 purpureusque nitor; 1184,15 uel roseo uel purpureo uiolaeque nitore; 1431,8 purpureusque nitor. Eburneus riferito all'incarnato è variamente attestato in Ovidio, ma mai per il volto: am. 3,7,7s. brachia; epist. 20,59 ceruix; met. 3,422; 4,335 colla; met. 10,592 terga (cfr. ThlL V/2 22,54ss.). Per l'«avorio» del viso cfr. MAXIM. appendix 1,9s. Cilia blanda micant grato distincta nitore / utque ebenus pulchro ebore mixta nitet. Per lo splendore dell'avorio cfr. PLIN. nat. 7,64 eboris nitor.
permansit
Il verbo è un compositum pro simplici di manere che in questa iscrizione è adoperato per il semplice esse (cfr. v. 11). Il composto suggerisce l'idea della persistenza negli anni del candore dell'incarnato, nonostante il trascorrere del tempo.
illae
La forma del dativo femminile illae, nel latino arcaico e volgare, non ha bisogno né di dimostrazione né di documentazione; il dat. pronominale in -ae era del tutto comune in periodo arcaico, come si ricava da Leumann, p. 480: ad es. CATO agr. 14,3 hae rei; 46,1 similis terrae eae; per illae cfr. anche ThlL VII/1 341,1ss.: PLAUT. Pseud. 783 illae rei; Stich. 560 illae filiae; CATO agr. 153; 154 illae rei; né mancano esempi volgari e tardi, che preludono ad esiti romanzi: CIL I2 2135 patronus emit sibi et illae; VI 11706 matri nec illae potuit gratiam referre; 12735 ut tibi illae sit suauiter; CLE 947,4 quit ego non possim caput illae frangere fuste?; 1324,2s. impraeco illae / ereptaeque animae. Si noti, inoltre, che il dat. illae è sopravvissuto nelle lingue romanze come pronome enclitico, nell'italiano e nello spagnolo le, esattamente come il dat. illi ha generato il francese li, lo spagnolo le, il rumeno i (Väänänen, § 276).
Inutile quindi l'arbitrio del Lenchantin, che corregge illae in ille; Rasi (1914, 699), nel confutarlo, giustamente nota che: «non vale obiettare che altrove, nello stesso carme, il nostro epigrafista usa la forma del dativo prevalsa come regolare anche per il femminile, illi (cfr. oltre i vv. 20, 21, 23, 25), poiché se per lui erano ammissibili ambedue le forme, egli poteva benissimo adoperare quella forma che in quel luogo meglio a lui piaceva; anzi, l'argomento che adduce il Lenchantin, a suffragio della sua correzione, che cioè illae possa essere errore del lapicida ingannato, nel copiare, dal papillae del v. 20, questo argomento si può invertire, e molto probabilmente qui l'autore del carme adoperò appunto la forma illae alla fine del verso per ottenere una rima perfetta con  papillae». D'altro canto l'incongruenza dell'uso (qui illae, altrove illi) non è inusuale in testi come questo e non doveva creare grossi problemi ad un «poeta popolare» qual era il nostro.

19  qualem mortalem nullam habuisse ferunt

«Quale nessuna donna si dice abbia mai avuto». Torna il tema dell'incomparabilità della defunta; il senso implicito è che la bellezza dell'incarnato di Allia non aveva paragoni umani, cioè era degna solo di una divinità.
mortalem
L'aggettivo è usato spesso al posto del sostantivo homo (cfr. ThlL VIII 1511,45ss.), quindi di solito al maschile, tutt'al più con il significato generico di «essere umano»; l'uso al femminile appare raro ed originale.

20  pectore et in ni
ueo breuis illi forma papillae
«E nel niveo petto aveva piccoli seni». Cfr. TIB. 1,4,12 hic placidam niueo pectore pellit aquam; SEN. Herc. f. 545 et peltam et niuei uincula pectoris; MANIL. 1,751s. mollior, e niueo lactis fluxisse liquorem /…pectore; STAT. Theb. 9,883 ibat purpureus niueo de pectore sanguis; CLAUD. carm. min. 8,3 pectore dum niueo miserum tenet anxia nutrix; DRAC. Romul. 8,204 scindite pellitas niueo de pectore uestes. Ma soprattutto vd. un epigramma degli Apophoreta di Marziale (14,149) Amictorium
/ Mammosas metuo; tenerae me trade puellae, /ut possint niueo pectore lina frui./ dove, come nel nostro epitaffio, l'immagine del «petto di neve» è espressamente associata alla piccola taglia del seno.
Papilla
ha il duplice significato di «capezzolo» e, per metonimia, come qui, «mammella». Si tratta di un vocabolo molto attestato in re amatoria (cfr. ThlL X 255,13ss.) preferibile sia a mamilla che è termine neutro, anatomico, e perciò poco adatto ad un lessico erotico, sia al più aulico uber (cfr. J.André, Le vocaboulaire latin de l'anatomie, Paris 1991, 222ss.). Ovidio, ad esempio, ne fa largo uso: am. 1,4,37 habiles papillae; 1,5,20 forma papillarum quam fuit apta premi! (probabile modello della nostra espressione); 2,16,11 tunc ego te cupiam, domina,et tetigisse papillas; in ognuno di questi passi si tratta di papillae «adatte ad essere toccate», piccoli seni che stanno in una mano. L'ideale estetico romano esaltava seni di misura contenuta, e nel nostro epitaffio la vicinanza di breuis facilita l'interpretazione forma = «taglia».

21    Quid crura? Atalantes status illi comicus ipse

«E che dire delle gambe? quelle di Atalanta, al suo confronto, erano addirittura ridicole». È uno dei versi più difficoltosi di tutta l'iscrizione, per il quale manca tuttora un'interpretazione unanimamente accettata. Se l'intento dell'autore appare chiaro (descrivere la bellezza delle gambe di Allia), il paragone mitico (Atalanta) risulta pretenzioso e l'aggettivo (comicus) crea non poche perplessità. Atalanta è l'eroina nota a tutti per la velocità nella corsa, grazie alla quale sconfiggeva i pretendenti cui il padre voleva maritarla, fino a che Milanione (o Ippomene) la vinse facendo cadere durante la gara tre mele d'oro che Afrodite gli aveva donato, e che Atalanta si fermò a raccogliere. Il paragone, per noi non così immediato come forse appariva ai lettori antichi, trova ancora una volta la sua ispirazione in Ovidio: nell'Ars e negli Amores, due libri che Allio ha già dato prova di conoscere, si trovano due passi in cui Ovidio fa riferimento ad Atalanta specificatamente per la bellezza delle sue gambe: am. 3,2,29s. Talia (cioè bona) Milanion Atalantes crura fugacis / optauit manibus sustinuisse suis; ars 3,775s. Milanion umeris Atalantes crura ferebat: / si bona sunt, hoc sunt accipienda modo.
Kroll, Pascal, Desmed e Horsfall spiegano invece l'origine della frase sulla base dell'aggettivo comicus: «che dire delle gambe? aveva lo stesso atteggiamento comico di Atalanta» «aveva lo stesso atteggiamento di Atalanta nella commedia (sulla scena comica)». Essi suppongono che Allio avesse potuto assistere a qualche commedia o mimo avente come oggetto gli amori di Atalanta e Milanione, e che paragonasse le gambe della sua amata a quelle delle attrici che impersonavano l'eroina sulla scena. Ma mentre c'è rimasta notizia di sei commedie greche che portavano il titolo di Atalanta, e Antifane scrisse un Milanione (come attestato da ATHEN. 10,423d), anche se gli scarsi frammenti non ci permettono di farci un'idea del contenuto, al contrario non c'è giunta alcuna notizia di commedie né di mimi latini aventi lo stesso argomento, ed anche se il mimo predilige in ogni periodo i contenuti sessuali, non ci sono pervenute attestazioni di mimi su tale argomento; e, in generale, il mito di Atalanta sembra più adatto al teatro tragico che a quello comico. Certo, resta il fatto che lo status di Atalanta è detto comicus, ma considerando illi non dativo di possesso ma di relazione con valore comparativo, alcuni studiosi sono giunti ad un'altra, e forse preferibile, soluzione: Lommatzsch (ad CLE 1988) «status ipsius Atalantes comparatus cum Potestate magis comoediae convenire videbatur»; Lattimore (299) «Atalanta's figure would be comic beside her»; e Gordon (1983, 147) «What of Atalanta's legs (in comparison)? Her (Atalanta's) very posture belongs to the comic stage!»; queste ultime interpretazioni sottintendono però un significato di «ridicolo» o «burlesco» che li latino comicus (cfr. ThlL III 1784,4ss.), a differenza delle lingue moderne, non possiede. Non resta quindi che fare appello al lessico greco, al valore di «ridicolo» più probabile in greco per l'aggettivo kwmikóV (L.S.J., s.u.). Lasciando Ovidio come unica fonte, risulterebbe: «che dire delle gambe? quelle di Atalanta, al suo confronto, erano addirittura ridicole».
Atalantes
è nome greco della prima declinazione, genitivo femminile singolare; cfr. Pyladisque Orestes (v. 29).
status
Indica «la posa, il complesso di movimenti, il portamento» (O.L.D. s.u.), forse un'eco di OV. met. 11,169 artificis status ipse fuit.
Il verso risulta un esametro regolare se si ipotizza la sincope At(a)l
ªntes ed il conseguente allungamento t-lantes
QuÌd crñra? t(a)lªntÂs | st²tôs ÌllÌ cÜmÑcôs ÌpsÇ

22  Anxia non mansit, sed corpore pulchra benigno
«Non era restia, ma generosa nel suo amabile corpo».
Anxia
è (con ipallage) verosimilmente in antitesi con benigno e non con pulchra; il sed in posizione centrale evidenzia l'opposizione dei due emistichi, con un perfetto equilibrio tra i due aggettivi rispettivamente posti a inizio e a fine verso. Anxia può assumere il significato di cauta, avara, proposto da Kroll (1914, 282) e Horsfall (1985, 263), e attestato in ThlL I 203,11ss. (in particolare da VAL. MAX. 9,4 ext. 1 cum anxiis sordibus magnas opes corripuisset; SEN. breu. 17,4 operose adsequuntur quae uolunt, anxii tenent quae adsecuti sunt), laddove si intenda benignus nel suo significato primario di liberalis, largus, beneuolus (cfr. ThlL II 1901,84ss., ad es. HOR. carm. 1,17,14ss. hic tibi copia / manabit ad plenum benigno / ruris honorum opulenta cornu). Ma non mancano altre possibili interpretazioni: secondo Gandiglio (1913, 330) ed Armini (1927, 113), anxius assume il significato di morosus, exquisitior, cioè «minuzioso, eccessivamente studiato, ricercato» (ThlL I 203,24ss., ad es. GELL. 15,7,3 elegantia orationis neque morosa neque anxia): «Allia non ebbe grandi ricercatezze, non esagerò nella cura della persona, bella com'era per doti naturali»; Rasi (1914, 703) e Gordon (1983, 147) intendono: «Allia non fu una bisbetica (she was never fretful for long), una scontrosa, ma una bella e amabile giovialona, affabile nel suo bel corpo». Per anxius col valore di tristis, cruciatus, cfr. ThlL I 201,71ss., e ad es. CIC. Tusc. 4,57 Libidinosum igitur et iracundum et anxium et timidum censemus esse sapientem?; 65 alia ad alium motum curatio sit adhibenda…: alia amator, alia rursus anxius…corrigendus; Cato 65 sunt morosi et anxii et iracundi et difficiles senes; TAC. hist. 2,52 ita trepidi et utrimque anxii coeunt.
Resta il fatto che il verso è poco chiaro e, in assenza di espressioni analoghe, sia letterarie che epigrafiche, non è possibile darne un'interpretazione univoca e sicura, fino a indurre Rasi a definire anxia una «sfinge» per la varietà delle spiegazioni in così poco tempo accumulatesi sul termine: alcune improbabili (ad es., Mancini [1912, 157]: «non era noiosa ed incerta, ma sollecita, come erano sollecite e leggere le membra del suo bel corpo»; Lenchantin [1913, 389] «non fu gelosa, ma bella nel corpo voluttuoso»); altre sono fuorvianti, o frutto di deduzioni inaccettabili: Pascal (1913, 265), Armini (1927, 112) e Desmed (1969, 584), valorizzando in anxia la radice ang- di angustus, angulosus, traducono, il primo, «non aveva pelle ruvida (grinzosa)», gli altri due «non era esile, magra, ma bella nel corpo formoso».

23  Le
uia membra tulit, pilus illi quaesitus ubique
Interpretato quasi all'unanimità «ebbe membra lisce, se ne tolse ogni pelo». Armini (1927, 113) non crede che Allia si depilasse, ma che avesse gambe lisce per natura, e intende quaesitus come «frustra quaesitus, desideratur»; non si riesce a persuadere che una donna tanto virtuosa, potesse «in istud mulierum exquisitissimarum uitium degenerasse», e soprattutto che il patrono, così innamorato, dopo avere elogiato nell'amata le antiche virtù di una matrona romana, potesse ricordare un dettaglio cosi futile. Ma la prossimità di quaesitus indica che probabilmente illi è dativo d'agente: letteralmente «ovunque da lei ogni singolo pelo era ricercato (per essere poi tolto)».

24 quod manibus duris fuerit culpabere forsan:
25 nil illi placuit nisi quod per se sibi fecerat ipsa

«forse potrai incolparla di aver avuto mani ruvide: niente le piaceva, se non ciò che aveva fatto da sé». Il v. 24 sembra in contrasto con i leuia membra del verso precedente, ma si spiega nel verso successivo, trasformando questa imperfezione fisica di Allia in un segno di virtù, in una esaltazione della sua laboriosità; sono due versi di passaggio che collegano l'elogio delle doti fisiche con quello più prettamente morale. Il Lenchantin (1913, 393) crede che per mantenere fuerit sia necessario «chiudere tra parentesi le parole culpabere forsan, rivolte direttamente in seconda persona alla morta e congiungere il verso con il seguente». Aggiunge poco oltre: «si potrebbe anche fare punto dopo forsan e correggere fuerit in fueris, essendo culpabere in seconda persona, quod manibus duris fueris culpabere forsan, cioè sarai forse incolpata d'essere stata con le mani callose». Ma non c'è bisogno né di intervenire sulla pietra né di segnare il culpabere forsan in parentesi: l'intera frase è rivolta all'ipotetico lettore come ai vv. 33 e 52, ed il cambio di voce, in un testo popolare come il nostro, non è sorprendente.
culpabere La chiusa del v. 24 è una evidente eco ovidiana (trist. 1,1,35) ut peragas mandata liber culpabere forsan, in cui culpare è passivo, mentre nella nostra epigrafe andrà inteso come deponente. La cosa ha creato non poche difficoltà, non essendoci in latino alcun esempio mediale di culpor, ma, come fa notare Pascal (1913, 266), è frequentissimo il caso di verbi, che i grammatici antichi chiamavano communia, adoperati in latino nella doppia forma, attiva e deponente. Gellio 18,12 segnala numeror e numero, significor e significo, sacrificor e sacrifico, adsentior e adsentio, faeneror e faenero, pigneor e pignero, aggiungendo peraltro che questi sono pauca, e che alia istiusmodi pleraque, quae, proinde ut in legendo fuerint obuia, notabuntur. Più lunghe liste offrono Prisciano, Diomede e Consenzio. Rasi (1914, 704) cita il caso di causor e criminor, di significato affine a quello di culpor. Culpabere non entra nella casistica di Flobert (Deponents, 217), in cui però sono riportati consulor (COMMOD. instr. 1,22,5 tot duces et reges ubi sunt consulti de vita); distinguor (CIL XI 5265 quas…species et forma distinguitur); incendor (CLEMENT. Corint. 1,1 seditione quam in tantum temeritatis incessi sunt); ma lo studioso, in una lettera (in inglese) del 22 aprile 1977 scrive che questo esempio (culpabere) «seems unquestionable», e giustifica «this deponent variant» attraverso il paragone con «queror and criminor; this semanticism affords many late deponents: accusor, incusor, increpor, insimulor…».
forsan
Con il futuro indicativo non è un volgarismo, come vorrebbe Gordon (1983, 148), dato che ricorre anche in VERG. Aen. 1,203; 12,153; HOR. carm. 2,16,31; OV. epist. 20,170; nel modello del verso, il già citato trist. 1,1,35; SEN. Herc. O. 408; 473 (vd. ThlL VI/1 1137,20ss.). Riferimenti al valore simbolico delle mani indurite dal lavoro sono rari: OV. met. 14 (la vecchia matrona sabina) adsiduo durum pollice nebat opus; IUV. 6,290 et uellere Tusco uexatae duraeque manus; ma in entrambi i casi si fa riferimento alle rustiche donne di casa dei tempi della Romana paupertas: si tratta cioè di un'immagine ideologizzata, che richiama il mos maiorum.
Il verso 25 è un eptametro regolare, ma ha creato agli studiosi seri problemi metrici.
per se sibi
Sibi è un datiuus commodi (o ethicus), cfr. LUCR. 3,145 sibi solum per se sapit; 3,684 per se sibi uiuere solam; HOR. epist. 1,17,1 satis per te tibi consulis.

26 Nosse fuit nullum studium, sibi se satis esse putabat,
27 mansit et infamis, quia nil admiserat umquam

«Non ebbe desiderio di sapere, pensava di bastare a se stessa, e non attirò mai su di sé maldicenze, poiché non aveva mai commesso alcuna colpa». Altri due versi che hanno inutilmente creato difficoltà, sia metriche (il verso 26 è un altro eptametro), sia interpretative. Nosse fuit nullum studium ha già la sua spiegazione in sibi se satis esse putabat (come il quia nil admiserat umquam spiega la prima parte del v. 27), e inoltre i due versi sono strettamente collegati tra loro (sia concettualmente che grammaticalmente, da et) e si spiegano a vicenda.
Nosse Non è qui usato in senso intellettuale (Pascal), e neanche sessuale (Lenchantin): semplicemente Allia non aveva interessi all'esterno della casa; riteneva che fosse sufficiente pensare a se stessa e non le riguardavano i fatti degli altri, gli avvenimenti esterni, così come essa, a sua volta, era esente dal pettegolezzo all'esterno.
infamis
Da intendersi in senso elogiativo, ha creato seri dubbi a tutta la critica, non circa il significato, che non lascia alternative, ma sul piano della spiegazione linguistica. Anzi, la discussione sul termine fu talmente accesa da portare il Lenchantin ed il Terzaghi ad una tenzone epistolare nelle pagine del «Bollettino di Filologia Classica» (accusandosi l'un l'altro di plagio), fino ad arrivare alla querela di Terzaghi contro l'antagonista per «diffamazione ed ingiurie». Il Lenchantin (1913, 393), non trovando altri esempi di infamis usato come lode, azzardò un'interpretazione che invano tentò di giustificare: «Non ebbe alcun desiderio di conoscere; riteneva di essere abbastanza a sé. Fu anche di mala fama, perché (sic!) mai aveva ammesso corteggiatori», ma in seguito (1914, 111) ritratterà il suo pensiero, seguendo la comunis opinio. Anche il Fossataro (1914a, 332) cercò di lasciare ad infamis il significato originale di «largamente biasimato, censurato», ed intendendo et nel senso di «finanche», traduce: «si lasciò finanche criticare per essere stata aliena da ogni cultura», o «se ne sparlò finanche per la sua avversione ad ogni cultura», ma ella così piaceva al patrono, crede il Fossataro: una brava massaia ignorante. Due interpretazioni il cui unico valore è quello di sottolineare la stranezza di questo aggettivo.
È indubbio che il poeta voglia lodare la specchiata reputazione della donna (Armini [1927, 113] confronta il passo con espressioni quali CIL V 5343 sine ulla turpi fama; XI 6204,9 de cuius pudore nemo dicere potuit [per maledicere]; XIV 963,12 sine infamia; APUL. apol. 69 sine fabula), ma per farlo si serve di una parola usuale con un valore semantico opposto a quello suo proprio e non riscontrabile altrove: in questo senso si tratta di un hapax. Un sostanziale contributo alla comprensione dette Stampini (1918, 97) dedicando una noterella al raffronto di infamis con aggettivi greci come
çjhmoV e 1jÉmwn  : l'in privativum esprimerebbe, oltre a quella di biasimo, l'idea di mancanza, precisamente come çjatoV vale ineffabilis e nefandus, o 1pólemoV = inbellis vale «debole, poco valevole», ma anche = sine bellis, «contrario alla guerra, pacifico». Secondo lo studioso, anche infamis come inbellis avrebbe implicato i due sensi, con la sola differenza che, senza l'epitaffio di Allia, non avremmo alcun esempio di infamis nella «semplice e naturale» accezione di sine fama. Ma anche ammettendo che il termine infamis avesse avuto all'epoca di Allio una doppia valenza, positiva e negativa insieme, il fatto stesso che a noi siano giunte testimonianze solo nell'ultimo senso, ci induce a credere che il primo significato che doveva naturalmente affacciarsi alla mente di un lettore contemporaneo di Allio, alla lettura di infamis, fosse quello spregiativo. Perché dunque rischiare una così inevitabile ambiguità? L'unica ipotesi plausibile è quella di un errore, di un tentativo lessicale mal riuscito, o di uno sfortunato adattamento, una infelice traduzione latina di un termine greco come çjatoV o di altro suo sinonimo. Infamis sarebbe quindi un ibrido, un aggettivo latino con una struttura greca, verosimilmente influenzato dal contatto di Allio con l'altra lingua, ed il suo isolamento prova che ebbe vita limitata nel tempo e nello spazio.
nil
admiserat Per il senso di «non commettere, non fare nulla» vd. ThlL I 753,46ss. e ad es. OV. Pont. 4,14,23 nihil admisi, nulla est mea culpa; LIV. 3,59,3; 29,15,13; PLIN. epist. 5,13,4; QUINT. decl. 270,23; TAC. ann. 2,76; SVET. Cal. 15; AMM. 17,5,5.

28  Haec duo dum
uixit iuuenes ita rexit amantes

«Lei, mentre era in vita, mantenne la concordia tra due giovani amanti, così che..». Il contenuto dei vv. 28-32 è stato fondamentalmente inteso in due modi diversi, a seconda dell'interpretazione di amantes:
1.      Gli iuuenes sarebbero stati dei ragazzi allevati ed educati da Allia con tanta cura da renderli affiatati come la mitica coppia esemplare di Pilade e Oreste; amantes starebbe in questo caso per inter se amantes. Si tratta di una lettura affermatasi con il Lenchantin, all'interno della quale esistono posizioni variegate, che individuano gli iuuenes come figli di Allia (Lenchantin e Kroll), del solo Allio (Brugi, Hartman e Gordon), o come due giovani adottati, non legati da vincoli di sangue (Rasi).
2.      Per gli studiosi che hanno accolto l'interpretazione avanzata dal Pascal, invece,  gli iuuenes sarebbero stati gli amanti della donna. Pascal infatti asserì per primo  che l'epitaffio contiene una «sfacciata» dichiarazione di poliandria (Allia avrebbe intrattenuto una relazione con il patrono e altri due giovani oltre a questo), scatenando così le violente reazioni dei romanisti, ed in particolare del Brugi (1913, 423ss.), dalle cui parole si ricavano i dubbi che maggiormente si opponevano a tale interpretazione: «per arrivare all'asserzione di questo caso isolato, bisogna ridurre a zero il significato giuridico e morale del concubinato romano…Niente si opporrebbe in astratto ad ammettere che un patrono romano avesse richiesto ad una sua liberta di concedere i propri favori non pure a lui ma anche ad altri contemporaneamente i quali con lei non correvano pericolo di commettere stuprum; ma noi dobbiamo subito chiederci: come avrebbe considerato il patrono questa sua liberta? Come avrebbero i romani giudicato moralmente quella donna? Ella sarebbe stata annoverata nel numero delle meretrices. Ora vediamo invece come Allia è descritta nelle sue qualità morali: sancta, insons, fidissima custos, moresque salubres…D'altra parte l'affetto e la qualità di esso fanno salire la liberta al grado di concubina del proprio patrono e la liberta concubina del proprio patrono conserva la dignità di mater familias». Un altro romanista, G.Castelli, si schiera invece a favore della tesi del Pascal, ma riduce a due il numero dei conviventi di Allia: (1923,  372) «ci troviamo di fronte alla convivenza di una liberta con i suoi due patroni: uno di questi è l'epigrafista, l'altro probabilmente un fratello di lui. Allia non può essere che una liberta paterna o una schiava comune manomessa da entrambi».
All'interno di questa tesi, per l'appunto, gli studiosi si dividono sul numero degli amanti: due (Gurlitt, Fossataro, Castelli, Galletier, Horsfall, Rizzelli) o tre (Pascal) a seconda che il patrono sia compreso o no nel computo1.
Circa la prima ipotesi, si dovrà ammettere che amantes non ha necessariamente valore sessuale, vd. CLE 637,2 neque duos rapio tibi amantes (i due figli della defunta); CIL VI 7426 due fratres gemelli obierunt amantes (cfr. ThlL I 1958,35ss.; Armini [1927, 114]); e che regere iuuenem nel senso di «guidare, dirigere, educare» un ragazzo, è perfettamente attestato: CIC. Att. 10,6,2 uellem suscepisses iuuenem regendum; 10,7,3 Quem (Quintum puerum) tamen nos disciplina regimus; e SVET. Claud. 9,1 indignate ac fremente Gaiopatruum potissimum ad se missum quasi ad puerum regendum (O.L.D. s.u. amo); ma si consideri che nell'epitaffio non compare alcun accenno a figli o fratelli di Allia, e nei vv. 47-49 Allio lamenta l'assenza di eredi cui tramandare il culto della defunta; inoltre, se l'esempio di Pilade e Oreste non presenta difficoltà, il paragone con Elena, al contrario, appare appropriato solo per una donna legata a due uomini.
Circa la seconda tesi, maggioritaria sebbene non scontata, il valore sessuale di amantes non necessita certo di dimostrazioni, e l'unico caso ragionevolmente assimilabile al nostro, CLE 937,7 (vd. sotto), rende molto improbabile una  interpretazione «casta» del participio; ma ciò che maggiormente avvalora questa ipotesi è che gli esempi mitologici di Pilade e Oreste e di Elena risulterebbero entrambi perfettamente adeguati al contesto. È anche utile ricordare come, accanto agli elogi tradizionali, una forte corrente erotica corra attraverso tutto il carme. Rexit nel senso di «soggiogare» un uomo è attestato ad esempio in HOR. carm. 3,24,19 nec dotata regit uirum coniunx; TAC. ann. 13,6 in eo qui a femina regeretur (cfr. O.L.D. s.u. rego).
L'ostacolo giuridico di un concubinato non monogamico, in particolare tra una donna e due o più uomini e non viceversa, e la difficoltà di spiegarne non soltanto la tolleranza sociale, ma addirittura l'esaltazione in un titolo sepolcrale, rappresentano gli ostacoli maggiori posti dai romanisti. Certo, sul piano giuridico la concubina altro non era che una donna libera che intratteneva una relazione stabile con il suo patrono, e che dal periodo classico in poi il concubinato divenne assimilabile al legame matrimoniale, e quindi soggetto alle norme di questo, ivi comprese le pene per stuprum e adulterium previste dalla Lex Iulia de adulteriis. Ma la realtà di fatto poteva essere ben diversa dalle rigide norme giuridiche a noi pervenute. Se questo testo fosse unico nel suo genere i dubbi sarebbero legittimi, ma un secondo epitaffio esprime più chiaramente una situazione analoga. È quello di una certa Lesbia (CLE 973) la quale divideva ugualmente il suo affetto tra due amanti, di cui uno, Anchialao, ha probabilmente scritto la stele funeraria, senza voler tacere del resto il nome del suo rivale, gratificato dell'epiteto suauis:  LESBIAE OSSA HIC SITA SUNT
/ Hospes sta et lachruma, si quicquam humanitus in te (e)st, / ossua dum cernis consita maesta mihi, / quoius laudati mores et forma probata (e)st / Anchialao, quem cura anxia debilitat. / Lesbia sum quae dulcis mores sola reliqui / et quod uitam uiuens parui in officieis. / Sei nomen quaeris, sum Lesbia, si duo amantes, / Anchialaus dulcis cum suaui homine Spurio. / "Sed quid ego hoc cerno?" mea sunt hic ossua in olla / consita. Viue ospes dum licet atque uale.
Inoltre Fossataro (1914b, 233) e Galletier (169) riportano vari esempi letterari di poliandria, in cui però le protagoniste sono per lo più meretrices, o comunque appartengono ad un ambiente servile. In PLAUT. Stich. 729-733 Stichus e Sagarinus si dividono le buone grazie della giovane Stephanium: Haec facetiast amare inter se riuales duos,
/ uno cantharo potare, unum scortum ducere. / Hoc memorabilest: ego tum sum, tu es ego, unianimi sumus. / Unam amicam amamus ambo; mecum ubi est, tecum est tamen;  / tecum ubi autem est, mecum ibi autem est: neutri neuter inuidet; in TER. Andr. 86-88 il vecchio Simone racconta che Criside aveva tre amanti contemporaneamente, i quali di buon accordo vivevano con lei: Phaedrum aut Cliniam / dicebant aut Niceratum (nam hi tres tum simul / amabant). Pamfilo, il figlio di Simone, è entrato a sua volta nella compagnia, ma per amore di Glicerio, la sorella putativa di Criside (88-89): qui dunque abbiamo una relazione a 4, con un' «appendice». Si ricordino anche TER. Eun. 1049-1090 (Taide, Fedria e Trasone: una casa in tre) e PROP. 1,5,29-30 sed pariter miseri socio cogemur amore / alter in alterius mutua flere sinu.
Passando al materiale epigrafico, Beril Rawson, in un articolo sul concubinato romano (1974, 287), esclude dai matrimoni de facto riscontrabili nel CIL VI otto esempi di ménages à trois e un gruppo di tre uomini con una donna. Secondo l'autore si tratta di unioni simultanee, veri e propri esempi di poliandria tra i cui componenti non esistono ingenui (quindi in ambiente servile): CIL VI 6647 Hygiae Flauiae Sabinae Opstetr(ix) uixit ann. XXX Marius Orthus et Apollonius contubernali carissimae; 7297 (due donne ed un uomo) D.M.S. Panope ornatrix Torquate Q. Volusi uixit annis XXII et Phoebe a speculum uixit annis XXXVII spendo contubernalibus suis bene merentibus fecit et sibi loc. d. dec. decu.; 22738 (tre uomini) Dis manibus Musae bene merenti Amemptus Euhodus Germanus contubernali karissimae fecer(unt); 26036 D.M. Scriboniae Helpidi Trophimus Cantri Tauri ser contubernali suae et Abascantus Scribon Papiriani ser merentissimae et pientissimae benemerenti suae posuerunt; 26451 Dis manibus Seruiliae Successae Primus et Secundio contubernales benemer(enti) fecerunt uixit annis XXX; 28534 Dis manibus Veraniae Thaumaste piissimae contubernali bene de se merenti Q. Veranius Pharnaces et Agathemer(us) fecerunt u(ixit) a(nnis) XXXX; 33666 D.M.S. Vettidiae Cresimeni contubernali carissimae fecerunt Maior et Thallus bene merenti pientissimae; 34351 Dis m. Albiae[ Fortunatae[ uixit ann[ Martialis et Z[ contubernal[i karissimae[ sibi et suis[; 36456 Dis manibus Trophimus Marciae diui T(iti) Ogulniae Zmyrnae et Ti. Cl(audius) Eutychus contubern(ali) carissimae et piissimae b(ene) m(erenti) fecerunt. La Treggiari, in due articoli successivi (1981a, 43-69) e (1981b, 269-272), si occupa anch'essa dei contubernia multipla, ma prende in considerazione solo 4 delle 9 unioni del Rawson (6647; 26451; 33666; 36456), ritenendo incerti gli altri esempi. Tra i 260-270 esempi di «unioni contubernali» ricavate dalle iscrizioni romane, una piccola percentuale (4 per la Treggiari, 9 per Rawson) si occuperebbe di contubernia poliandrici. Tuttavia la Treggiari le chiama relazioni apparentemente poliandriche, ed è più cauta nell'accettare l'ipotesi di effettiva  poliandria; essa preferisce ipotizzare separazioni consensuali (spesso attestate fra schiavi, per motivi economici, per l'avvenuta liberazione di solo uno dei due o per volontà dei padroni, spesso contro la loro volontà, e generalmente fuori dal loro controllo) ed un successivo matrimonio o legame quasi-maritale con un altro uomo; potevano accadere casi in cui tutti i partners restavano in buoni rapporti reciproci, e tra i due uomini si instaurava un legame particolare, dovuto alla donna amata da entrambi, tanto da decidere di elogiarla insieme alla morte di lei. La Treggiari prende altresì a confronto alcune iscrizioni di coniuges, sempre del CIL VI. Tra le moltissime in cui compaiono coppie matrimoniali (circa 3758), rari sono i casi di doppio matrimonio: solo 34-38 esempi di donne sposate due volte, e 10-11 di uomini sposati due volte. Per la maggior parte di questi, come ci si può aspettare, si tratta della commemorazione di un coniuge defunto (sposato in seconde nozze) da parte del sopravvissuto, il quale, nell'estremo saluto, elogia anche il primo partner, precedentemente scomparso. Tuttavia esistono casi molto più sorprendenti di iscrizioni in cui compaiono due uomini, apparentemente ancora vivi, che commemorano una stessa moglie (non sono stati trovati esempi inversi, in cui due mogli commemorino un marito morto). La Treggiari ne riporta ben 23: CIL VI 4370; 5956; 12406; 13268; 14573; 16362; 19574; 20704, 20871; 21709; 22382; 23733; 27518; 28007; 32508; 34094; con mogli libertae CIL VI 6250; 9366; 12655; 22425; 24957; 26094; 27874. La particolarità di tali iscrizioni sarebbe la cordiale collaborazione dei due uomini che spesso dedicano iscrizione e tomba a loro stessi e alla comune amata. Secondo la Treggiari, per stabilire un rapporto poliandrico tra coniugi, sarebbe necessario spiegare come tale relazione potesse essere pubblicamente ammessa dopo la lex Iulia de adulteriis, che affermava che la bigamia costituisse stuprum per l'uomo e adulterio per la donna, per cui preferisce il concetto romano di divorzio bona gratia: una donna condivisa, anche se in tempi differenti, crea un legame tra due uomini, un argomento che Ortensio usa per convincere Catone a cedergli la moglie per avere dei figli da lei (PLUT. Cato min. 25), e con cui Scauro cerca di convincere Pompeo (ASCON. tog. Cand. 19-20c). È il caso di notare che nessuno dei due studiosi, trattando di casi di poliandria del CIL VI, cita né il nostro epitaffio, né quello di Lesbia. Certo in nessuno dei due compare né la parola contubernalesconiugi, e Horsfall afferma che le unioni contubernali rappresentano casi completamente diversi dal nostro, in quanto, trattandosi di relazioni tra schiavi, erano extralegali, cioè non soggette alle norme giuridiche della lex Iulia, come invece accadeva per il concubinato. Ma pur trattandosi di casi diversi dal nostro, essi ci offrono lo spunto per formulare qualche ipotesi. Allia, schiava di casa, poteva avere un compagno anch'esso schiavo, e il patrono, dopo averla emancipata (per vari motivi, come spessissimo accadeva) e fattane la sua amante
1.        Può avere consentito di mantenere la sua precedente relazione contubernale, fatto che, come attestato dagli esempi letterari, in ambiente servile non era raro, né proibito dalla legge (in tal caso Allia avrebbe avuto due relazioni simultanee);
2.        Può averle fatto sciogliere la sua precedente unione contubernale (una specie di divorzio bona gratia, una separazione consensuale tra schiavi, voluta dal patrono), in questo caso le due relazioni sarebbero state una successiva all'altra.
In ambedue i casi tutti e tre avrebbero continuato a vivere sotto lo stesso tetto, ed essa sarebbe riuscita a mantenere i suoi due uomini nella stessa casa in così buoni rapporti, da meritarne la menzione nella lapide.

29  exemplo ut fierent similes Pyladisque et Orestae

«Cosicché divennero simili all'esempio di Pilade e Oreste». Celebre è il vincolo di amicizia che unisce tra loro i due eroi: cresciuti insieme nella Focide, una volta adulti, Pilade si recò con l'amico a Micene per vendicare la morte del padre, lo accompagnò nelle sue lunghe peregrinazioni, e ne sposò la sorella Elettra. Nell'Ifigenia in Tauride di Euripide, Oreste, catturato con il compagno da Toante, re dei Tauri, chiede di essere immolato al posto di Pilade, mentre quest'ultimo pretende di seguire la sorte dell'amico (vv. 597ss.). La loro fedele amicizia è un topos in entrambe le letterature (Otto no 1307: cfr. ad esempio CIC. fin. 2,6,24; Lael. 24; OV. rem. 589; trist. 1,5,21; 1,9,27; 4,4,69; 5,6,25; Pont. 3,2,67-85 [in cui essi sono indicati proprio come duo iuuenes pari per età ed affetto reciproco]; MART. 6,11,1-4; PLUT. amic. mult. 2 E 93; DIO CHRYS. 74,28) e spessissimo i nomi di Pilade ed Oreste sono associati a quelli di altri amici proverbiali: Achille e Patroclo, Teseo e Piritoo, Damone e Finzia, Eurialo e Niso (OV. trist. 5,4,25; Pont. 2,3,45; 2,6,25; 3,2,33; STAT. silu. 2,6,54; 5,2,154; MART. 7,24,3; 10,11,1-2. AUSON. epist. 23,21; 24,34 Green; CLAUD. 3,107). Per quanto riguarda la morfologia dei nomi propri greci in -es, si ricordi che sia quelli della prima (Orestae) che della terza (Pylades) declinazione, sono generalmente eterocliti, cioè seguono entrambe le declinazioni (quella latina e quella greca), e sono soggetti, in epoca classica, ad una flessione mista; nel nostro caso seguono la declinazione latina (Leumann, p. 454). L'uso in Allio di esempi mitologici è copioso, ma non eccezionale per i CLE, cfr. 884,3; 1165,12; 1233,3; 17; 1276,2.
exemplo
Dativo retto da similis, «simili all'esempio di…», cioè: «simili alla coppia esemplare di Pilade e Oreste», con spostamento del focus sul concetto dell'esemplarità; possibile anche, poiché similis regge ugualmente il genitivo,  intendere: «cosicché divennero d'esempio, simili (com'erano) a Pilade ed Oreste».

30  una domus capiebat eos unusque et spiritus illis

«Una sola casa li accoglieva, avevano un'unica anima».
Come abbiamo visto il verso è un eptametro regolare. L'espressione, che corrisponde al concetto di «vissero in concordia», va annoverata tra i luoghi comuni: cfr. CLE 706,5 una domus mens una fuit; 853,5 fuit una duorum mens; 1273,8 unus amor iunxit, nunc premit una quies; 1293,2 hic erit et nobis una aliquando domus; 1395,19s. et unus utrisque / spiritus, unica mens, consona cuncta domus; 1432,4 nec solum caro sed spiritus unus erat; CIL VIII 5798 uno animo uno consilio. Il topos compare anche in OV. trist. 4,4,72 (di Pilade ed Oreste) qui duo corporibus mentibus unus erant.
spiritus illis
La clausola spiritus ill* è virgiliana (VERG. Aen. 5,648; cfr. AETNA 342; 471) ed epigrafica: CLE 565,4; 1530a,7.

31  post hanc nunc idem di
uersi sibi quis(que) senescunt
«Dopo di lei (dopo la sua morte) ora quegli stessi invecchiano separati l'uno dall'altro..».
post hanc
Post + pronome personale è una brachilogia per «post huius mortem», come al v. 38 post te, ed è una formula comunemente usata sia in poesia che in prosa (ThlL X 172,29ss.): cfr. PROP. 3,15,9s. Cuncta tuus sepeliuit amor, nec femina post te / ulla dedit collo dulcia uincla meo; SEN suas. 7,8; LUCAN. 7,693; 9,108; 9,243; 10,8; SIL. 10,657; MART. 1,25,7; PLIN. epist. 7,18,1.
di
uersi Aggettivo predicativo del soggetto, cfr. ThlL V/1 1575,84ss.; Löfstedt, Syntactica, II 368s., e ad es. LIV. 10,33,10 diuersi consules ad uastandos agros…discedunt.
senescunt
Il verbo suggerisce che Allia sia morta in giovane età, dato che i due amanti, che trascorsero con lei la giovinezza, sembra che invecchino solo successivamente alla morte di lei; d'altro canto, se Allia fosse morta troppo prematuramente, difficilmente l'autore avrebbe omesso di ricordarlo, considerato il fatto che il funus acerbum dei giovani è uno tra i
tópoi epigrafici più comuni: cfr. Lattimore, 184 ss. L'esametro eccede di una sillaba (nunc).

32  femina quod struxit talis, nunc puncta lacessunt

«Ciò che una tale donna costruì, ora parole offensive danneggiano».
femina quod struxit talis
Indubbiamente il quod, e quindi il verso, si riferisce alla concordia che Allia riusciva a mantenere tra i due giovani, a quella comunanza di spirito di cui si parla nei versi precedenti, e di cui non si è ancora cessato di parlare. Talis è sicuramente aggettivo da concordarsi con  femina.
puncta
Per Liljeholm e Armini assume il valore metaforico di «parole offensive»: uerba amara in uicem iactata; per Desmed «paroles blessantes», e anche il ThlL VII/2 832,56 (s.u. lacessunt) intende uerba pungentia (par filiorum femina quod struxit, nunc uerba pungentia lacessunt). Pur non sussistendo seri dubbi sul significato attribuito al termine dall'autore, non esistono altre attestazioni in latino di puncta usato in questa accezione: dunque ancora una volta Allio ricorre ad un termine corrente ed usuale nel lessico latino, ma con un valore particolare e non altrimenti documentato, un altro hapax. Per ovviare a questo inconveniente Gurlitt (1914, 299), Lommatzsch (CLE 1988) e Gordon (1983, 147) intendono puncta come puncta temporis: ciò che tale donna costruì ora «the moments (march) of time are weakening»; ma la frase così intesa risulta strana e di senso malagevole. Altri studiosi (Lenchantin, Brugi, Rasi, Pascal, Castelli) suggeriscono che «il gioco d'azzardo (il gioco dei dadi, i punti ai dadi = con talis ablativo strumentale di talus!) dei due giovani avesse rovinato il patrimonio (quod femina struxit), l'eredità di Allia»; ma è chiaro che questa arbitraria ingenuità si esclude da sé; in un articolo di H. Damstè, citato da Rasi (1916, 16), si trova un ulteriore sforzo di immaginazione: «aedificium, quod talis femina struxit, nunc puncta (homuncoli nullius pretii) (sic!) euertere conantur». Suggerisco di osservare, a favore dell'interpretazione di puncta «parole offensive», come punctum possa essere la traduzione del greco kéntron
«pungiglione, punta», il cui valore metaforico di «persone maliziose» è ben attestato (cfr. L.S.J. s.u.): EUP. 94,7; EUR. Suppl. 242; DEMOSTH. 25,52; PLAT. Phaed. 91c. Ancora una volta non si deve escludere l'influenza, probabilmente involontaria, del lessico greco. Non è chiaro, comunque, da chi siano pronunciate queste «parole offensive», e rimane possibile una doppia interpretazione: o dai due giovani amanti, che dopo la scomparsa di lei invecchiano separatamente, offendendosi a vicenda, oppure dalla comunità circostante, dai vicini che alla morte di Allia hanno iniziato a sparlare di lei e del suo modus uiuendi. In quest'ultimo caso meglio si verrebbe a spiegare l'insistenza di Allio sulla buona fama di lei, e sulla irreprensibile morigeratezza (v. 11 inreprehensa manebat; 27 mansit et infamis, quia nil admiserat umquam).
lacessunt
Il ThlL VII/2 832,56 cita il passo sotto il valore di «irritare, provocare», che non chiarisce il senso, per cui è preferibile la tesi di Horsfall (1985, 268) che suppone un senso secondario di lacerare, laedere (ThlL VII/2 833,47ss.). In alcuni codici lacessere e lacerare si scambiano, vd. PARIS. 5,1 ext. 2 conuicio lacessitus (dove VAL. MAX. ha laceratus) e Cod. Iust. 9,42,3,3 (se il testo è sano) si ingenuorum…corpora fuerint lacessita uerberibus tormentisque uexata (dove il Codex Theodosianus 9,37,4 ha laesa).

33    Aspicite ad Troiam, quid femina fecerit olim!

«Guardate a Troia, quello che un tempo fece una donna!».
aspicite
Per l'uso di aspicere nel senso figurato di «guardare (un esempio)», vd. SEN. Thy. 242s. Tantalum et Pelopem aspice: / ad haec manus exempla poscuntur meae.
femina
Si riferisce ad Elena, introdotta come esempio «e contrario»: se Elena fu un solvente, Allia fu invece cemento, e solo dopo la sua morte è venuto meno ciò che la donna in vita tenne unito. Ma il confronto non si limita a questo: Elena è l'emblema della bellezza di cui, nel pensiero del lettore, è pervasa implicitamente anche Allia; e, soprattutto, gli esempi mitologici (Pilade ed Oreste, Elena e la guerra di Troia) sono espedienti per ottenere un innalzamento del tono che, dal v. 29 in poi, si fa sempre più vibrante e risentito. Le sciagure provocate da una donna sulla sorte di due popoli sono proverbiali; il topos della donna (soprattutto Elena) distruttrice e causa di guerra è usatissimo, ad iniziare dal gioco etimologico in AESCHYL. Ag. 690 (‹Eléna) @lénaV, ÐlandroV, @léptoliV («Elena distruggi - navi, distruggi - uomini, distruggi - città»); ma vd. anche HOR. sat. 1,3,107s. fuit ante Helenam cunnus taeterrima belli / causa; OV. am. 2,13,17-24 ed in particolare 17s. Nec belli est noua causa mei: nisi rapta fuisset / Tyndaris, Europae pax Asiaeque foret; SEN. Ag. 1008s. ut patria fata Troicis lueret malis, / perisse dono feminae, stupro, dolo; ORIENT. comm. 1,345s. non ego nunc repetam per tot iam saecula quantas / feminei uultus perdiderint populos; DRAC. Romul. 9,47s. Troiaeque periclis / femina bella dedit.

34  Sit precor hoc iustum exemplis in par
uo grandibus uti

«Mi sia concesso, vi prego, di valermi di grandi esempi in piccola cosa».
Indubbiamente i versi dipendono in primo luogo da OV. trist. 1,3,25s. Si licet exemplis in paruis grandibus uti, / haec facies Troiae, cum caperetur, erat; ma il concetto di «paragonare cose piccole a cose grandi» è topico (vd. Otto no 1008), e innanzitutto virgiliano, ecl. 1,19ss.: Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putaui / stultus ego huic nostrae similem, quo saepe solemus / pastores ouium teneros depellere fetus. / Sic canibus catulos similes, sic matribus haedos / noram; sic paruis componere magna solebam. E virgiliana è anche la formula ‘cautelativa’ «se è permesso paragonare…»: georg. 4,176 si parua licet componere magnis; poi OV. met. 5,416s. quodsi componere magnis / parua mihi fas est; trist. 1,6,28 grandia si paruis assimulare licet; in forma di preghiera, come nel nostro caso, STAT. silu. 1,5,61s. fas sit componere magnis / parua. Allio modifica dunque il modello ovidiano in base a quest'ultimo tipo, ma invece del fas sit di Stazio usa la formula, peraltro abbastanza diffusa, soprattutto a inizio di pentametro, sit precor: TIB. 1,6,56; 1,9,40; PROP. 3,4,12; OV. am. 1,4,2; Pont. 4,1,8; SEN. Oed. 223; VAL. FL. 5,492; MART. 2,74,5; 6,68,12. Per quanto concerne l'uso di iustum esse + infinito nel senso di «essere lecito, permesso…», dovrebbe derivare da una formula originaria del tipo «ius est aliquid facere» (ad es. OV. fast. 1,53 populum ius est includere saeptis), con l'uso «popolare» e tardo di iustum invece di ius, secondo la tendenza a sostituire sostantivi di breve corpo fonetico col corrispettivo aggettivo neutro, cfr. ThlL VII/2 724,15s.: Ps. DOSITH. frg. iur. 1 gentile iustum; HEGES. 1,40,12 iustum naturae; MAR. VICTOR. aleth. 2,214 ammonuit mentes fratrum Cain et Abel operum libamina iustum prima dicare deo. 

35 Hos tibi dat
uersus lachrimans sine fine patronus
36 muneris amissae, cui nuncquam es pectore adempta

«Il patrono, a cui non sei mai stata strappata dal cuore, piangendo senza tregua, offre in dono a te, che sei morta, questi versi». Molto complessa la disposizione delle parole, il cui ordo naturalis sarebbe quello che già vide il Lenchantin (1913, 394): «patronus lachrimans sine fine, cui numquam pectore adempta es, dat tibi amissae hos uersus muneris».
Hos…
uersus Simili locuzioni ritornano spesso in formule dedicatorie, come CLE 463,4 hos uersus fraterque soror tumuloque dicarunt; 521,3 hos pater inscripsi uersus; 525,9 hos uersus tibi sancte nepos uictorque deuoui; 607,6 hos tibi uersiculos cum lacrimis fecerunt ipsi parentes; 1846,20 hos feci uersus pauca tamen memorans; 1907,4 hos ego Ianuarius uersus formae curaui; 1967,8 hos ego iam proauo uersus pater ipse neposque
tibi
Nei vv. 1-34 (ad eccezione del v. 3 - teneris) l'autore si è riferito ad Allia costantemente in terza persona. Tale passaggio dall'«Er-Stil» al «Du-Stil» è ben attestato nelle laudationes funebres (cfr. Horsfall [1983, 89]). A questa variazione si confronti il modo in cui Allio si riferisce a se stesso: usa la terza persona fino a potest di v. 41, poi la prima (sing. / pl.). Uno stacco notevole che marca il trapasso all'ultima sezione, in cui l'autore, pur continuando ad elogiare l'amata, focalizza l'attenzione su se stesso e sul suo dolore.
lachrimans sine fine
Oltre a comparire in OV. epist. 3,15 at lacrimas sine fine dedi, è formula frequente nelle iscrizioni, ad es. CLE 993,4 sine fine dolet; 1078,2 sine fine gemunt; 1173,1 lugunt sine fine parentes; 1631,12 sine fine dolentes; 2122,1 sine fine doleto.
patronus L'autore parla di sé in terza persona e si definisce patronus: si ricordi il titolo A(uli) L(ibertae).
muneris
Genitivo di rubrica, con il valore di «a titolo di dono», per cui vd. Löfsted, Syntactica, I 128; ThlL VIII 1667,41ss. e, ad es. CLE 1168,6 sumeret ut tellus muneris ossa mei. Munus funge spesso da apposizione in contesti simili: cfr. CLE 474,9 ista prius triste munus posui; 525,10 (uersus) munera quos misi tuo nam tumuloque dicaui; 583,1 supremum uitae titulum tibi munus; 1141,23 supremum munus amatae hunc titulum scripsit; 1208,1 hunc titulum posui miserabile munus; 1301,5s. supremum uersus munus Donatus et aram / et gratam scalpsit.
amissae
(anche al v. 49 amissa) Com'è testimoniato dal ThlL I 1922,10ss., il participio di amitto spessissimo è usato in luogo di mortuus: cfr. CLE 1112,3 amissos ornat titulis (contrario di incolumes al v. 4); 1192,8 amissa coniuge; 1208,3 te nunc amisso; 1534,1 coniugis amissae; ibid. 4 amissis natis. Si noti come anche il tanto imitato Ovidio utilizzi più che abbondantemente il participio nel medesimo significato: cfr. OV. epist. 11,106; 18,141; 3,414; met. 1,585; 7,689; 11,68; 13,514; 14,242; 14,829; fast. 3,873; 2,621. Ad amissae è sott. tibi (così Lommatszch: tibi amissae dat hos uersus muneris).
cui nuncquam es pectore adempta
Una dichiarazione di fedeltà oltre la morte, che non risulta molto usuale in ambiente pagano, soprattutto da parte di un uomo libero nei confronti di una liberta; ma tale elogio rientra nell'intento generale del poeta, che per tutto il carme canta l'incomparabilità della sua amata ed il suo eccellere su ogni altra donna. Per adempta cfr. ThlL I 679,72ss.: generalmente vale eripio, aufero alicui aliquid; spesso usato dai poeti in relazione alla morte, ad es. TER. Andr. 697 Hanc nisi mors mi adimet nemo; LUCR. 3,869 mortalem uitam mors cum immortalis ademit; CLE 170,2 mors imatura ademit ut faceret mater filio.

37 quae putat amissis munera grata dari,
38 nulla cui post te femina uisa proba est

«(Versi) che crede doni graditi ai defunti, il patrono a cui nessuna donna, dopo di te, sembrò degna». Il riuso del frasario (per il quale cfr. v. 36) del verso precedente risulta ripetitivo: a putat è sottinteso patronus; quae formalmente si riferisce al precedente muneris, ma è attratto dal plurale successivo munera.
amissis
Sono anche qui i morti (vd. v. 36). Per l'idea del poema come dono per i defunti, cfr. i sopraccitati CLE 463,4; 525,9; 1301,5.
munera grata dari
Cfr. CLE 1377,10 praestitit haec tumulo munera grata tuo; CIL VI 30106,5 munera digna dare; ma vd. anche ELEG. in Maecen. 2,32 expleat amissi munera rupta gener; cfr. anche CLE 431,3 uerba meo cineri saltem gratissima dona; 576 b,3 credo tibi gratum, si haec quoque Tartara norunt; 1009,1s. Liberta hoc titulo patronum pietatis honorat / quicquid id est, gratum Manibus officium; 1515,3s. tres nati tibi iam figimus probo parenti / quod gratum tumulum uidetur esse.
I versi sono due pentametri corretti: per la scansione giambica di côÌ cfr. v. 14. Sul rifiuto di altri matrimoni, paragonabile alla situazione qui espressa, cfr. Horsfall (1983, 93).

39  Qui sine te
uiuit, cernit sua funera uiuos

«Egli, che vive senza di te, è come se vedesse da vivo i propri funerali». È concetto comune, nelle iscrizioni sepolcrali, che chi sopravvive a un parente caro si veda anch'egli quasi morto: cfr. CLE 516,5 nulla spes uiuendi mihi sine coniuge tali; 542,3 dulcem carui lucem cum te amisi ego coniunx; 1044,8 qui caruit uita quom caret hac anima; 1336,3 (sors) quae nos non aliter quam te consumpsit amantes, ibid. 6 plus moritur uiuens qui ualet esse miser; 1338,1ss. Suscipe me sociam tumulis dulcissime coniux, / cum mors est tecum non meruisse mori. / Hic mea mens simul est, simul hic mea uita sepulta, / mortem ferre tuam mors mihi semper erit; CIL VI 1537,7 (dove una madre scrive nel titolo sepolcrale del figlio) infelicissima mater, que uidit funus suum crudelissimum. La prima parte del verso è ovidiana, da contesti erotici, am. 3,11,39 sic ego nec sine te nec tecum uiuere possum; epist. 3,140 quam sine te cogis uiuere, coge mori; vd. inoltre il pastiche ovidiano graffito a Pompei: CLE 949,3 ergo coge mori quem sine te uiuere cogis. Anche il secondo emistichio è ovidiano nel frasario (met. 9,406s. subductaque suos manes tellure uidebit / uiuus adhuc uates; 13,514ss. (Ecuba) Postque tot amissos,…quo ferrea resto? / Quidue moror? Quo me seruas, annosa senectus? Quo, di crudeles, nisi uti noua funera cernam; trist. 5,12,16 uiui funera flere uiri; Pont. 1,9,17 illum ego non aliter flentem mea funera uidi) ma per l'espressione funera cernere cfr. anche LUCAN. 9,104; Ilias Latina 1054; VAL. FL. 3,215, ecc.

40 Auro tuum nomen fert ille refertque lacerto,
41 qua retinere potest auro conlata Potestas
«Al braccio porta di continuo il tuo nome, unico modo per trattenerti con sé, unita all'oro, POTESTAS». Senza dubbio il verseggiatore sta imitando OV. trist. 1,7,6ss. in digito qui me fersque refersque tuo,/effigiemque meam fuluo complexus in auro/cara relegati, quae potes, ora uides,

dal cui confronto il passo riceve molta luce. Ovidio parla del suo ritratto inciso su un anello che l'amico lontano porta sempre al dito, e su cui può guardare le sembianze del poeta esiliato, le sole che gli sia dato di vedere (quae potes). Il nostro autore adatta questi versi alla sua situazione, sostituendo l'anello con un braccialetto d'oro, e il ritratto del castone con il nomen inciso di Allia. Dal modello ovidiano trae spunto anche la frase qua retinere potest, cui forse non è estranea la volontà di un gioco verbale con il nome della defunta. Il v. 40 è un esametro con l'abbreviazione di aur
Ú.
fert ille refertque
Al posto della più comune formula, fertque refertque, variamente attestata: VERG. Aen. 4,438; 12,866; OV. fast. 6,334; trist. 1,7,6; LUCAN. 2,13; VAL. FL. 7,112; SIL. 3,60.
lacerto
Indica che Allio portava il nome di Allia su un bracciale, cfr. HOR. carm. 1,9,23s. pignusque dereptum lacertis / aut digito male pertinaci. Secondo Kroll (1914, 286) non era usuale per un uomo portare braccialetti, o, quanto meno, egli lo giudica un uso effeminato, sicché preferisce pensare ad un anello, come nel modello ovidiano, nonostante l'inequivocabile lacerto. Tuttavia i braccialetti, o più semplicemente gli anelli, da braccio (polso o avambraccio) o da gamba e caviglia, sono tra i più antichi ornamenti usati da tutti i popoli; per una descrizione dettagliata delle numerose tipologie (armilla, brachiale, torques, spinter, uiria, periscelis) in uso a Roma e nei paesi limitrofi, cfr. E.Saglio, s.u. armilla, D.-S. I/1 (1877) 435ss.
A nostro avviso il soggetto di potest (v. 41) è ancora Allio, e non Potestas. L'omissione per anacoluto dell'oggetto nomen (che compare però nel verso precedente) non deve disturbare: Potestas è la stessa scritta (POTESTAS) incisa sul braccialetto, e il nominativo femminile del nome attira caso e genere del participio conlata. Altre soluzioni possibili: Rasi (1914, 710) intende Potestas caso vocativo e te come oggetto sottinteso di retinere: «per quanto egli può trattenere ancora te, o Potestas, raccolta nell'oro»; e così anche Gordon (1983, 148): «where the name Potestas, written in gold, can be a constant reminder of you». Superflua l'ipotesi di  Lommatzsch, nell'apparato al carme, di una costruzione difettosa risultante dalla fusione di due strutture (qua retineri potest Potestas / qua retinere potest Potestatem) tesa a giustificare la forma attiva di retinere a fronte dell'atteso retineri richiesto dal nominativo Potestas; Armini (1927, 119) propone un improbabile retinere intransitivo, privo di adeguati paralleli.
qua
Per qua = quoad, quamdiucumque, quatenus, cfr. CLE 62,1 parentem amaui qua mihi fuit parens. Kroll (1914, 287): «dort wo er ihn festhalten kann» (cioè, su un dito) è forse troppo limitante; Pascal (1913, 270 n.2) propone «in quanto».
auro conlata
La ripetizione di auro non è l'unica del testo, e non stupisce. Confero è sinonimo di coniungere, congregare, iungere: cfr. ThlL IV 174,55ss. e, con dativo, 175,2ss.: AVIEN. orb. terr. 403s. si conferre sibi quisquam uelit, una parumper / ut credatur humus. Per quanto riguarda l'ortografia, il participio conl- è usato più spesso di coll- nelle iscrizioni (cfr. ThlL IV 173,17ss. e Leumann, p. 213).
Potestas
Sono le lettere incise sul braccialetto. Evocando il nome di lei, l'amante ne evoca l'essenza rendendola immortale nel ricordo, come previsto dal culto dell'immagine e del ricordo dei morti.

42 Quantumcumq(ue) tamen praeconia nostra ualebunt,

43 uersiculis uiues quandiucumque meis

«Tuttavia, qualunque valore avranno i miei elogi, a lungo vivrai nei miei versetti». Nuova ripresa, qui particolarmente letterale, di un distico ovidiano: trist. 1,6,35s.
 quantumcumque tamen praeconia nostra ualebunt, / carminibus uiues tempus in omne meis.  Allio ovviamente sta parlando dell'iscrizione stessa. Per il topos funerario della poesia come fonte di immortalità cfr. Lattimore, 42-43 (e Curtius, 529ss.).
Il v. 43 è un pentametro, sotto l'influenza del modello ovidiano trist. 1,6,36. Mentre il primo verso è stato tolto di peso da Ovidio, il secondo è modificato, con la sostituzione, per modestia, di uersiculis a carminibus e di quandiucumque a tempus in omne.
quandiucumque
É nella lista di volgarismi di Flobert (Gordon, 148), che però aggiunge che la parola è tarda e attestata solo in AUG. ciu. 10,30 p. 501; perseu. 6,10. Per l'ortografia cfr. CLE 1094,1 quandius uixi.

44
Effigiem pro te teneo solacia nostri,

45 quam colimus sancte sertaque multa datur

«In luogo tuo, per mia consolazione, tengo un'immagine, che venero religiosamente e molte corone le sono offerte». Si tratta della statua di Allia di marmo o di bronzo, che Allio tiene in casa e orna quotidianamente con corone di fiori. Per la sentimentale venerazione dell'immagine di un morto, cfr. STAT. silv. 2,7,125ss., in particolare 128-131 at solacia uana subministrat / uultus, qui simili notatus auro / stratis praenitet incubatque somno / securae; PLIN. epist. 2,1,12 Verginium cogito, Verginium uideo, Verginium iam uanis imaginibus, recentibus tamen, audio, adloquor, teneo; TAC. Agr. 46 Id filiae quoque uxorique praeceperim, sic patris, sic mariti memoriam uenerari, ut omnia facta dictaque eius secum reuoluant…non quia intercedendum putem imaginibus quae marmore aut aere finguntur, sed, ut uultus hominum, ita simulacra uultus imbecilla ac mortalia sunt

Effigiem…colimus
Vd. ad es. STAT. silu. 3,3,200; MART. 9,24,6; TAC. ann. 16,7 (Nero) obiectauitque Cassio, quod inter imagines maiorum etiam C. Cassi effigiem coluisset, ita inscriptam “duci partium”. Per simulacra, signa…colere vd. le moltissime attestazioni in ThlL III 1685,6ss.; per sancte colere cfr. CLE 435,1; 1970,1 hi sancte coluere deos.
solacia nostri
La clausola è virgiliana (Aen. 8,514 spes et solacia nostri), ma vd. anche OV. met. 5,73; 5,191; 13,598 solacia mortis, e CLE 1821,1 solacia nostra; 480,3; 654,7 solacia uitae; 654,9; 1406,3; 2099,19 solacia luctus; 528,5 solacia morte.
serta
In sostituzione del più comune neutro plurale, l'autore preferisce il sostantivo femminile singolare, più raro ma comunque attestato: PROP. 2,33,37 cum tua praependent demissae in pocula sertae. Il motivo dei fiori in riferimento ai morti è assai diffuso nelle iscrizioni sepolcrali, specialmente nei CLE dedicati ai defunti (cfr. Lattimore, 129; Galletier, 31, 36-37; Cugusi, 270-271). A volte compare un'elencazione più o meno ampia di precise specie, ognuna con un suo significato simbolico; altre volte si accenna all'omaggio floreale con un generico accenno ai serta (cfr. CLE 1036; 1078; 1111; 1135; 1508; 1592), per i quali non mancano neanche gli antecedenti letterari: cfr. LUCR. 4,1178 floribus et sertis; OV. trist. 3,3,81s. tu tamen extincto feralia munera semper / deque tuis lacrimis umida serta dato; TIB. 2,4,48 annua constructo serta dabit tumulo.
datur
Ci si aspetterebbe un damus (con sertaque multa neutro plurale), che per metrica e struttura sarebbe più adatto, ma Allio, quando usa la prima persona (42 nostra, 43 meis, 44 teneo, nostri, 45 colimus, 46 veniam, mecum, 47 mandem, 48 possim, 49 mihi, ero, 50 mihi, mea), lo fa sempre al singolare, tranne nei tre casi (42 nostra, 44 nostri, 45 colimus) in cui il singolare (mea, mei, colo) è escluso per ragioni metriche. Qui al più naturale plurale damus, ha preferito il passivo datur che implica l'uso del femminile serta. Inoltre il cambio di soggetto nella seconda metà del verso non è una novità per il nostro autore, che si è già servito di questo espediente sia al v. 5 che al v. 15. Liljeholm identifica un verso di fattura simile in VEN. FORT. carm. 10,7,38 quem uos hic colitis uel pia festa datis.

46  cumque at te
ueniam, mecum comitata sequetur

«Quando verrò da te, (la tua statua) mi seguirà, compagna (nel sepolcro)».

atte
É grafia fonetica per ad te con assimilazione di d davanti a t successivo, per cui vd. la casistica in ThlL I 472,35ss., e in particolare CLE 115,1 at sepulchra; 186,3 at superos; 474,7 e 1265,4 at Styga; 873,1 at tua templa; 933,1 at quem; 1044b,9 at terram; 1141,19 at tumulum; 1190,3 at Manes; 1337,8 at laudem; 1551d,4 at mala uota. Di fatto i doppioni at / ad; aput / apud sembrano essere coesistiti fin da una data molto antica, senza che se ne possa indicare una precisa ripartizione dal punto di vista fonosintattico (Quint. inst. 1,7,5 si limita a constatare, a proposito di ad / at, che illa quoque seruata est a multis differentia, ut 'ad', cum esset praepositio,'d' litteram, cum autem coniunctio, 't' acciperet; cfr. V.Väänänen, § 131). I due complementi at te e mecum, si oppongono e corrispondono con perfetta simmetria nella frase, ad unire ancor di più, nell'epigrafe, i due amanti separati dalla morte. Improbabile che, con cumque at te ueniam, Allio intenda un ricongiungimento con l'amata dopo la morte in un mondo ultraterreno, laddove l'idea del ricongiungimento nella stessa tomba è una comune forma di consolazione (Lattimore, 247-250) che non implica alcuna credenza nell'immortalità; cfr. in particolare CLE 2080,7s. (epitaffio di una donna morta di parto dando alla luce la seconda figlia, sepolta insieme a lei) pignora diuidimus: comitatur me morientem / mortua, solatur filia prima patrem.
comitata
Comitor cum è limitato all'Itala e alla Vulgata, cfr. ThlL III 1812,73ss.

47  Sed tamen infelix cui tam sollemnia mandem

«Ma tuttavia, me infelice, a chi demanderò tali riti funebri?». I vv. 47 e 48 hanno suscitato un nuovo dibattito tra romanisti, circa l'eventuale esistenza (giuridica) di un mandatum post mortem.

infelix
Per l'incipit del verso cfr. IUVENC. 3,403 sed tamen infelix, per quem generabitur error, ma nel nostro caso l'aggettivo si riferisce sicuramente al patrono, infelice dopo la morte dell'amata, e non al mandatario, come scrissero Lenchantin, Pascal e Gordon («infelice colui al quale demanderò tale incarico»).
sollemnia
Il termine è stato oggetto di una doppia interpretazione: c'è chi crede (Costa, Brugi, Lenchantin, Pascal, Castelli) che si riferisca alle cerimonie funebri in onore di Allia, da affidare a un mandatario dopo la morte del patrono e c'è chi (Rasi, Horsfall, Rizzelli) vi vede solo l'atto di collocare nella tomba del patrono l'effigies dell'amata, restringendo così il riferimento al verso immediatamente precedente. Ma la collocazione del ritratto sulla tomba è un atto singolo e non ripetuto, mentre il valore di sollemnia come «cerimonie, rituali» anche funebri, sembra inevitabile (cfr. O.L.D. s.u. e ad es. VERG. Aen. 6,380 et tumulo sollemnia mittent; TAC. ann. 15,64 (Seneca) sine ullo funeris sollemni crematur; CLE 383,10s. at uos, o Manes, his parcite: ni parcetis, / credite mihi, nemo referet sollemnia uobis), ed anche il confronto con CIL VI 13101,9 ut possint tibi facere post te sollemnia, che chiaramente si riferisce ad anniversari rituali, conforta questa interpretazione. Quanto al mandatum post mortem mandatoris, benché non riconosciuto dal diritto romano classico, non doveva però essere raro nella vita pratica; non sembra costruttivo, in questa sede, speculare sull'evidenza giuridica di tale pratica (per cui rimando a Castelli [1923, 376]), peraltro ampiamente riscontrabile nei testi letterari, tenendo conto anche del fatto che i testi epigrafici generalmente evitano il linguaggio legale. In ogni caso si sente in questi versi più l'eventuale rammarico di non avere eredi in grado di prendersi cura della sepoltura, piuttosto che un riferimento ad un erede legale. Per l'abitudine di mandare agli eredi istruzioni per la propria sepoltura vd., ad es. CLE 543,9s. quod super est, tumulum tibi feci libenter: / non mihi mandasti, sed uiuos saepe uolebas; 1982,1ss. Iulia fida mihi coniunx aequaeua iucunda, / quod tua mandauit fieri suprema uoluntas, / hoc ego perfeci parens praecepto maritus; inoltre cfr. (ThlL VIII 263,45 e 65ss.): VERG. ecl. 5,41ss. Spargite humum foliis, inducite fontibus umbras, / pastores: mandat fieri sibi talia Daphnis; / et tumulum facite et tumulo superaddite carmen:…; OV. fast. 5,654ss. atque aliquis moriens hoc breue mandat opus: / «mittite me in Tiberim, Tiberinis uectus ut undis / litus ad Inachium puluis inanis eam»; trist. 1,2,55ss. Est aliquid, fatoue suo ferroue cadentem / in solida moriens ponere corpus humo, / et mandare suis aliqua, et sperare sepulcrum…; MART. 10,61,3ss. Quisquis eris nostri post me regnator agelli, / manibus exiguis annua iusta dato: / sic lare perpetuo, sic turba sospite solus / flebilis in terra sit lapis iste tua; TAC. ann. 2,71,3 non hoc praecipuum amicorum munus est, prosequi defunctum ignauo questu, sed quae uoluerit meminisse, quae mandauerit exsequi

48
Si tamen extiterit, cui tantum credere possim,

49 hoc unum felix amissa te mihi forsan ero

«Se tuttavia ci sarà qualcuno a cui possa affidare un così grande incarico, per questo solo motivo, pur avendoti perduta, mi sentirò forse felice».

Si tamen
Attacco esametrico usatissimo, in special modo dal poeta tanto amato dal nostro: su 52 occorrenze da Lucrezio a Venanzio Fortunato, ben 29 sono del solo Ovidio. È un verso, comunque, molto inelegante, per la ripetizione di tamen, e tantum credere è inteso come una variazione di tam sollemnia mandem.
credere possim
È clausola molto frequente (ma con valore intellettuale di credere) cfr. LUCR. 2,496; 4,402; 4,856; 6,411; AETNA 451; HOR. sat. 1,2,19; OV. epist. 18,123; met. 8,468; 9,203; 15,613; fast. 4,857; trist. 1,2,81; Pont. 1,5,75; 2,4,5; 4,16,21; ecc. In questo caso il verbo vale come sinonimo di mandare del verso precedente (vd. ThlL VI 1131,9ss.).
felix
+ accusativo di relazione cfr. ThlL VI/1 445,69ss. compare in HIST. AUG. trig. tyr. 33,5 ultimo…uersu elogii asseri potest: “felix omnia, infelicissimus imperator”; CLAUD. 21,29 hic publica felix, / sed priuata minus. Per la metrica del verso, vd. supra, p.17.

50  Ei mihi! Vicisti: sors mea facta tua est

«Ahimé, hai vinto: la mia sorte è diventata la tua». 

Ei mihi
Espressione di lamento favorita da Ovidio, che la usa 51 volte su 135 occorrenze poetiche da Plauto a Venanzio Fortunato. Anche nel secondo emistichio Allio sembra contaminare due formulazioni ovidiane, incrociando trist. 1,5,2 et cui praecipue sors mea uisa sua est con epist. 14,70 paene manus telo saucia facta tua est.

Il verso si presta ad una doppia interpretazione a seconda di come si intende la sintassi:
1.      «Ahimè, hai vinto: la tua sorte è diventata la mia», da intendersi «dopo la tua scomparsa è come se fossi morto anch'io» (vd. ad es. Mancini, Brugi, Lenchantin, Gordon);
2.      «Ahimè, hai vinto: la mia sorte è diventata la tua», da intendersi «quello che avrebbe dovuto essere il mio destino è divenuto il tuo» (vd. ad es. Armini e Horsfall).
La prima ipotesi ha il vantaggio (o lo svantaggio) di far ripetere al versificatore il concetto già espresso al v. 39; nel secondo caso la “vittoria” di Allia sembra consistere nell'aver preceduto il patrono nella tomba, realizzando per prima il proverbiale desiderio di premorire alla persona amata, che troviamo così frequentemente espresso nelle iscrizioni funerarie: cfr. CLE 68,8 Tertia quom essem me primam speraui fore; 111,39 felix maritum si superstitem mihi diui dedissent; 467,2 optassemque utinam tua fata superstes tu mihi ut faceres; 548,7 Basileus fecit quod fieri ab illa cupiebat; 1138,2 optaram in manibus coniugis occidere; 1487,1 quod fore morte mea speraram a coniuge nobis; CIL XI 1800 quam abstulit nefanda dies et atra petitio sua funere mersit immeritam ante tempus; 1856 quod maxima uota cupiit uirginea manibus est sepulta mariti (numerosi esempi di altri familiari che avrebbero desiderato premorire ai loro cari in Armini [1927, 121s.]). L'idea della nobile gara rimane però del tutto implicita nell'esclamazione ei mihi! uicisti, con cui Allio dichiara amaramente di essere stato battuto, così come nella frase successiva sors mea facta tua est potrebbe essere sottinteso l'altro notissimo topos dei fatorum praepostera iura, ugualmente ben rappresentato nella letteratura funeraria: CLE 55,17 et antecessi genita post leti diem; 1225,5 mea clausit lumina diuersis aetatis uicibus; 1478,1 leges leti praeposterae.

C
51 Laedere qui hoc poterit, ausus quoque laedere diuos:

52 haec titulo insignis, credite, numen habet

«Chi oserà violare questa tomba, violerà anche gli dei: questa (donna), onorata dall'iscrizione, credete, ha una divinità che la protegge (ha con sé una divinità)».

Staccato dal resto dell'iscrizione e centrato, con il modulo del carattere leggermente maggiore del testo, un corretto distico elegiaco chiude l'epitaffio; si noti soltanto la dura elisione in qui hoc e l'allungamento della sillaba finale di poterÌt in arsi davanti a cesura (come ai vv. 12 e 15). Viene così sancita la lex monumenti, una formula di esecrazione contro i presunti violatori del sepolcro, che neanche contenutisticamente è connessa con il resto del carme e sta come a sé. Si tratta di un elemento piuttosto comune nell'epigrafia funeraria: il desiderio di prolungare quanto più possibile il rispetto dei resti e la conservazione del monumento, si esprime in una serie di preghiere o di minacce rivolte ad eventuali violatori, talora analoghe alle maledizioni scagliate con le defixiones. Si va dal semplice invito (CIL VI 6825 rogo ni noceas; 5886 rogo per deos superos inferosque ni uelitis ossa mea violare) alle ammonizioni più svariate, in cui è definito con precisione il castigo invocato sul capo del uiolator sepulcri: CIL VI 7191 quicunque hinc clauos exemerit in oculos sibi figat; 20459 si quis titulo manus intulerit, non illunc recipiat tellus; 29945 quisque huic titulo manus intulerit, sale et aqua desideret; 36467 opto ei ut cum dolore corporis longo tempore uiuat et cum mortuus fuerit, inferi eum non recipiant. Il morto ha carattere sacro (numen habet), e violarne la tomba, la sua dimora eterna, è una profanazione che risveglia ed irrita i Mani, la cui pace è tanto importante per il defunto, e danneggerà a sua volta anche il profanatore della tomba quando arriverà tra di loro.
Laedere
Il verbo è usato nel diffuso senso ‘tecnico’ di «chiunque danneggerà questa tomba» con il valore di nocere (cfr. ThlL VII/2 867,48ss.), come, ad esempio, in CLE 233 (iscrizione parietale pompeiana) abit Venere bompeiiana iratam qui hoc laeserit; 836,2 hunc locum dum uadis non laedere uelis; 1021,3 sacratam cunctis sedem ne laedere uiator; 1467,3...durae mortis sacratos laedere Manes; CIL VI 5767,3 hic tumulus fructi sacer est quem laedere noli hospes; 14098b,1 quisquis ei laesit aut nocuit Seuerae inmerenti domine sol tibi commendo tu indices eius mortem; 24760 h(anc) a(ram) s(i) q(uis) l(aeserit), h(abeat) I(sidem) i(ratam); 29946b quisquis hoc sustulerit aut laeserit ultimus suorum moriatur. Per la struttura del verso cfr. CATO dist. 4,39,2 laedere qui potuit poterit prodesse aliquando.
hoc
Ha il valore generico del neutro, e va riferito ad un sottointeso monumentum, sepulcrum, marmor, saxum e simili.
ausus
Con ellissi di erit.
laedere di
uos
(/ numen) È una frequente locuzione poetica, molto usata soprattutto da Ovidio:  am. 3,3,4 postquam numina laesit; ars 2,397 Laesa Venus; rem. 159 Venus est a cuspide laesa; met. 1,387 pauetque laedere…maternas umbras (vd. Bömer a OV. met. 1,387); 2,518 quis Iunonem laedere nolit; 4,8 saeuam laesi fore numinis iram; 8,128 quos inpia laesi; fast. 2,177 laesa furit Iuno; 4,120 Venus…cuspide laesa manum; trist. 2,108 laeso numine, ecc.
haec
Allia, la defunta. Potrebbe riferirsi anche alla tomba stessa, propriamente alla pietra del sepolcro (sott. petra, lamina marmorea) (Mancini e Rasi), ma è poco probabile, dato il riferimento alla tomba (il neutro, hoc) del verso precedente.
titulo
Indica tutta l'iscrizione, più che l'inscriptio dell'elogio.
insignis
Cfr. PROP. 3,24,4 uersibus insignem te pudet esse meis (ThlL VII/1 1906,20).
numen habet
«Ha virtù divine». In clausola è ancora ovidiano: OV. am. 3,3,12 forma numen habet; epist. 21,152 si tua tam praesens littera numen habet; fast. 1,90; 5,674; Pont. 2,8,6; ed anche in MART. 8,80,6. Per l'idea che il defunto abbia un'essenza divina cfr. CLE 1046,3 corporis hic titulus diui; 1057,15s. si sunt Di Manes, iam nati numen habetis: / per uos cur uoti non uenit hora mei?; 1109,16 desine flere deum; 1508,5 corpus…ut numen colit.


    1Opinioni diverse dalle due menzionate non hanno trovato gran seguito presso gli studiosi, come quella secondo cui gli amantes sarebbero Allia stessa e il patrono: Mancini (1912, 157) «finché visse, amò: e fu riamata, tanto che questi due innamorati rimasero di esempio ai posteri come rimasero di esempio Pilade ed Oreste»; Brugi (1912, 832) «i due amanti invecchiano in luoghi separati (Allia invecchierebbe agli Elisi (sic!) e Allio qui in terra)»; «l'impeto lirico fa cadere nell'errore di credere Oreste una donna (sic!)»; o quella di Albini (1914,35) «Lui è il patrono che qui parla e scrive, lei era una signora che con lui andava molto d'accordo (sic!) finché c'era Allia a tenerli uniti e tranquilli; ma poi hanno distrutta l'opera di lei che ora è morta». O ancora l'opinione del De Marchi che Allia, divenuta moglie o concubina, sarebbe stata circondata da conservi e dagli antichi colliberti, «e, probabilmente, anche dagli spasimanti, a cui ben può convenire il vocabolo di amantes nel suo più platonico senso».